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TRENTINI NELLA GUERRA AUSTRO-RUSSA

1914-1917: I TRENTINI NELL’INFERNO DELLA GUERRA AUSTRO-RUSSA

GALIZIA E CARPAZI: LA GUERRA AUSTRO-RUSSA SUL FRONTE ORIENTALE DAL 1914 AL 1917

La guerra dell’impero asburgico sul fronte orientale iniziò alla fine dell’agosto 1914, simultaneamente alla “spedizione punitiva” che avrebbe dovuto saldare definitivamente il conto con la Serbia, la nazione che la propaganda imperiale indicava, non senza ragione, come il mandante più o meno occulto dell’assassinio dell’erede al trono austroungarico Francesco Ferdinando d’Asburgo e della sua augusta consorte, avvenuto a Sarajevo il 28 giugno di quello stesso anno.

Le operazioni militari sul fronte serbo si erano volte subito al peggio. Largamente inferiori all’avversario per organici e sommariamente equipaggiate, le armate serbe erano però composte da truppe solide e determinate, chiamate a difendere le loro stesse contrade contro un nemico da sempre detestato. Le offensive austriache dell’agosto e del novembre del 1914 vennero dunque facilmente respinte, anche per la pochezza dei comandi responsabili e delle strategie conseguentemente adottate. La decisa controffensiva serba di dicembre ebbe inoltre un successo tale da permettere al governo della modesta nazione balcanica di emanare, a fine anno, un trionfale bollettino di guerra nel quale si affermava che “sull’intero territorio serbo non è rimasto alcun soldato nemico in libertà”.

Le direttive strategiche dell’Austria-Ungheria ad oriente prevedevano un’offensiva in direzione nord, dalla Galizia, in modo da tagliare fuori dalle loro retrovie le forze russe del saliente polacco. Era un piano ambizioso, al di là delle effettive possibilità del pur imponente esercito multinazionale che l’impero asburgico poteva mettere in campo. I progetti dell’alto comando austriaco, redatti prima della guerra, erano basati su una stretta cooperazione con le forze germaniche, ma questa non era nell’ordine delle cose prevedibili a breve, dato che la strategia tedesca nel 1914 era orientata verso un massiccio sforzo offensivo contro la Francia. Sul fronte orientale i germanici avrebbero dovuto mantenere una rigorosa difensiva fino a che non si fossero rese disponibili le forze impegnate ad ovest. Di conseguenza, una sola armata (l’ottava, agli ordini del generale Max von Prittwitz) era schierata a difesa della Prussia Orientale, mentre quasi vuoto di truppe era il tratto di fronte antistante alla Polonia russa; mancava dunque quasi del tutto il collegamento, da nord a sud, con le forze austriache.

La Russia zarista aveva dalla sua parte il grande vantaggio delle teoricamente enormi risorse umane, ma le immani distanze all’interno dell’impero, l’insufficienza della rete delle comunicazioni viarie e, soprattutto, ferroviarie, la disorganizzazione e le pastoie burocratiche dell’apparato militare ritardarono notevolmente la completa mobilitazione. I piani strategici d’anteguerra avevano previsto che per il 1914 il massimo sforzo offensivo russo avrebbe dovuto essere diretto contro l’Austria-Ungheria. Sin dall’inizio delle operazioni tuttavia, soprattutto per venire incontro alle disperate richieste della Francia (che miravano a richiamare verso est quante più forze tedesche fosse possibile, in modo da ridurre la tremenda pressione cui le forze francesi ed inglesi erano sottoposte sulla linea che scendeva dalla Manica ai Vosgi), questi piani vennero modificati così da includere l’immediata invasione della Prussia Orientale. Qui due armate russe penetrarono già dopo la metà d’agosto, conseguendo modesti successi contro le scarse forze tedesche in ritirata e gettando nel panico il generale von Prittwitz, il quale arrivò a suggerire a von Moltke, capo di Stato maggiore germanico, l’abbandono dell’intera regione. Silurato l’inadeguato alto ufficiale, il suo posto venne preso da due generali destinati ad una fulminante quanto meritata carriera: Paul von Hindenburg ed Erich Ludendorff.

Sfruttando abilmente le possibilità offerte dalle efficienti linee ferroviarie prussiane, le forze germaniche poterono concentrarsi di volta in volta per battere separatamente e distruggere le due armate zariste, i cui miseri resti ripiegarono in disordine verso la Polonia russa dopo la battaglia di Tannenberg.

Pesantemente sconfitte dai tedeschi nella parte settentrionale del fronte, le forze russe ottennero invece grandi successi più a sud, contro l’Austria, dove peraltro avevano potuto schierare solo una parte delle forze delle quali sulla carta avrebbero dovuto disporre. Infatti, alle 32 divisioni di fanteria ed alle 10 divisioni di cavalleria con 2000 pezzi d’artiglieria messe in campo dall’Austria-Ungheria, il decantato e temuto “rullo compressore” zarista poté inizialmente contrapporre 47 divisioni di fanteria, 18 di cavalleria e 3000 cannoni.

Il capo di Stato maggiore austriaco, Conrad von Hötzendorf, nell’ultima settimana d’agosto lanciò un’azzardata offensiva da sud verso nord, dalla Galizia austriaca contro la Polonia russa, addentrandosi profondamente in territorio nemico ed allungando pericolosamente le sue linee di rifornimento. Il gruppo d’armate meridionale russo del generale Ivanoff poté così investire a sorpresa il fianco destro delle forze d’invasione gettandole nello scompiglio. Fu una disfatta: gli austroungheresi dovettero ripiegare disordinatamente per quasi 100 chilometri, perdendo enormi quantità d’uomini (quasi 300.000 tra morti, feriti ed ammalati, oltre a 100.000 prigionieri) e di materiali. Cadde inoltre in mano russa quasi tutto il territorio galiziano (inclusa Leopoli, per dimensione la quarta città dell’impero) mentre ingenti forze austriache vennero circondate ed assediate nella munitissima piazzaforte di Przemysl.

La prova, inaspettatamente disastrosa, offerta dalle armate asburgiche fu un vero shock per la Germania, che si rese amaramente conto della necessità di sostenere costantemente l’ansimante alleato; principalmente a questo fine vennero quindi spostate dal fronte occidentale forze che in precedenza neppure la minaccia contro la Prussia Orientale aveva fatto distogliere dalla guerra contro Francia e Gran Bretagna, e di ciò lo sforzo bellico germanico verso ovest risentì irrimediabilmente.

Nell’autunno 1914 le vicende belliche rimasero a lungo incerte. Dopo una poco convinta offensiva austriaca per rioccupare la Galizia, che alla fine di ottobre aveva ottenuto il temporaneo sblocco di Przemysl, i russi ributtarono le forze austriache fino alle creste dei Carpazi. Ma per la metà di novembre l’offensiva zarista aveva ormai perso mordente, soprattutto a causa dei deficienti approvvigionamenti di materiali e munizioni. Le armate russe erano comunque arrivate al campo trincerato di Cracovia e avevano ripristinato l’assedio a Przemysl, ove oltre 100.000 soldati austroungarici rimasero nuovamente intrappolati, stavolta con scorte di viveri e munizioni grandemente ridotte a causa del saccheggio delle riserve (mai in seguito ripristinate) avvenuto ad opera delle forze impegnate nella precedente offensiva. Alla fine del dicembre 1914 le perdite complessive delle armate austroungariche sul fronte austro-russo avevano quasi raggiunto la terrificante cifra di un milione di uomini tra morti, feriti, dispersi e prigionieri. I russi, dal canto loro lamentavano perdite leggermente superiori al milione.

Nel gennaio 1915, ufficialmente allo scopo di liberare Przemysl, ma in realtà per venire incontro alle sollecitazioni del duo Hindenburg – Ludendorff che premeva per un rinnovato sforzo offensivo dell’alleato, le forze austriache si lanciarono in un’incredibile offensiva invernale ad alta quota, sulle creste innevate dei Carpazi, in condizioni climatiche spaventose. Iniziato con un’avanzata in un’accecante bufera di neve, l’attacco condotto in pieno inverno si trasformò ben presto in quello che anche gli storici ufficiali austroungheresi definirono più tardi “una crudele follia”. I risultati furono assai modesti e Przemysl, che non poté essere raggiunta, cadde il 22 marzo per totale esaurimento, consegnando ai russi oltre 100.000 prigionieri e liberando forze zariste in numero sufficiente da consentire alla Stavka (il comando supremo dell’esercito) di contrattaccare sui Carpazi, riguadagnare il poco terreno perduto e superare il crinale montano fino a minacciare la stessa Budapest. Da alcuni dei passi caduti in mano russa, consistenti colonne di cavalleria cosacca poterono infatti, con ardite e velocissime puntate lungo le valli sud-occidentali, portare il panico nelle pianure ungheresi, il “granaio dell’Impero”. Si trattava, data la stagione ormai sfavorevole, di semplici azioni di disturbo, volte a fiaccare la resistenza ed il morale avversari più che a realizzare un vero sfondamento delle linee montane; ma l’impressione che ne ricavò l’alleato germanico fu quella di un imminente collasso dell’esercito austriaco. Ed effettivamente la compagine militare degli Asburgo era allo stremo: fino alla fine del marzo 1915 aveva perduto, sul fronte balcanico e su quello orientale, quasi due milioni di uomini, cioè un quantitativo superiore a quello messo in campo all’inizio del conflitto. Avendo inoltre il sistema di coscrizione obbligatoria meno efficiente tra tutte le potenze in guerra, inclusa la Russia, essa non poteva rimpiazzare agevolmente le perdite. I giovani richiamati nel ‘15 avevano dovuto essere arruolati semplicemente perché il sistema non consentiva di richiamare rapidamente in servizio le classi più anziane esentate dalla leva prima del conflitto! Altrettanto disastrosa era la situazione dei rifornimenti del materiale indispensabile ai combattimenti: l’ufficio approvvigionamento munizioni del Ministero della guerra, ad esempio, diede prova di suprema inefficienza riuscendo a ridurre il quantitativo di munizioni fornito all’armata addirittura al di sotto del livello raggiunto dall’arretrato apparato industriale russo. Mentre la Germania riusciva a produrre svariati milioni di proiettili d’artiglieria al mese, nel dicembre del 1914 l’Austria ne sfornò appena 116.000 contro un quantitativo minimo necessario di 240.000!

Di fronte a tale situazione, l’orgoglioso ma realista generale Conrad mise da parte il proprio orgoglio ed invocò apertamente l’aiuto tedesco. La nuova cooperazione, nella quale alle forze austriache spettava un ruolo decisamente subordinato, diede subito i suoi frutti, dopo una sterile offensiva russa sui Carpazi nel mese di aprile, con la grande battaglia di Gorlice-Tarnow.

Dopo i successi autunnali ed invernali, le forze russe in Galizia avevano imprudentemente adottato uno schieramento ad alto rischio: la loro ala destra, a nord del ben difeso tratto carpatico del fronte, consisteva in una debole linea trincerata modestamente protetta da poche file di reticolati, che saliva a settentrione, costantemente dominata dalle posizioni avversarie, verso la Polonia russa. Essa non aveva fino ad allora dovuto subire veri attacchi frontali ed era la tipica posizione d’attesa di un attaccante sbilanciato in avanti ed intento a riprendere fiato prima di ripartire all’offensiva. In sole quattro ore questa linea venne letteralmente spazzata via dal martellamento effettuato dalle artiglierie germaniche il 2 maggio 1915. L’attacco austro-germanico che seguì entrò nello schieramento russo come una lama nel burro, aprendo tra le due semisconosciute cittadine di Gorlice e Tarnow una breccia di oltre 40 km d’ampiezza. La conseguente ritirata zarista permise la liberazione di Przemysl ai primi di giugno e quella di Leopoli il 21 dello stesso mese, ma già da prima il successo ottenuto nelle pianure galiziane aveva avuto l’effetto di sbloccare la situazione sui Carpazi: penetrando nelle retrovie russe, infatti, le colonne austroungheresi e germaniche piegarono in parte verso sud-est per dilagare nell’area pedemontana ad oriente della catena montuosa, con l’obiettivo di sbarrare le valli scendenti dal crinale occupato dalle divisioni zariste nell’inverno precedente. Il rischio gravissimo di perdere interi corpi d’armata, intrappolati sulle creste carpatiche, venne scongiurato dallo Stato maggiore dello zar mediante una dolorosa e precipitosa ritirata che restituì anche quest’area al controllo austriaco.

Tutto il fronte austro-tedesco si era ormai messo in moto e per la fine d’agosto i russi avevano perso almeno 300.000 prigionieri (ma alcune fonti parlano di oltre mezzo milione). L’intera Galizia e la Bucovina erano state liberate dall’invasore, la Polonia, la Curlandia e la Lituania russe erano ormai sotto il controllo degli imperi centrali e la nuova linea del fronte si stendeva pressoché rettilinea, quasi completamente in territorio russo, dalla piazzaforte zarista di Riga, sul mar Baltico, fino al fiume Dnestr.

La disfatta di Gorlice-Tarnow tenne in ginocchio per mesi le armate russe: carenti di tutto, fuorché di materiale umano, esse non furono in grado di riprendere l’iniziativa in Galizia fino al completamento della riorganizzazione, terminata a 1916 inoltrato. Nel giugno di quell’anno l’offensiva del generale Brusilov, mirante a rioccupare la Galizia, la Bucovina e la Volinia, in un mese e mezzo di combattimenti fece ancora una volta breccia nel tratto di fronte affidato a truppe esclusivamente austriache, mettendo in rotta due intere armate, catturando oltre 200.000 prigionieri e costringendo nuovamente all’intervento ingenti forze germaniche per turare la falla. Esauritosi dopo un’avanzata di un centinaio di chilometri, il nuovo sforzo russo non ebbe comunque esiti risolutivi e dopo alcune operazioni controffensive germaniche ed austroungheresi la situazione tornò statica.

La routine della guerra di trincea si era ormai consolidata anche in Galizia quando, nel tragico anno 1917, l’impero degli zar cadde preda delle convulsioni rivoluzionarie. Un’ultima offensiva venne tentata dalle forze russe nell’estate del ‘17, per decisione del governo provvisorio di Kerenskij, ma il morale delle truppe in linea era a terra, il sistema logistico di retrovia versava in uno stato di quasi totale paralisi e la penuria di armi e munizioni aveva assunto dimensioni tali da non consentire quasi neppure la semplice difesa delle posizioni precedenti. Praticamente prive di appoggio d’artiglieria, le masse di fanti uscite nonostante tutto all’assalto sui Carpazi orientali si arenarono ben presto di fronte ai reticolati austrotedeschi, sbandandosi immediatamente o arrendendosi in massa, spesso senza neppure iniziare il combattimento.

Lo sfacelo in cui l’esercito e la nazione russa erano precipitati consentì nei mesi seguenti una vera marcia trionfale alle baldanzose forze germaniche e concesse una rapida e quasi indolore avanzata persino alle esauste truppe dell’Austria-Ungheria, che poterono così riguadagnare anche le ultime posizioni loro strappate dall’offensiva di Brusilov nel 1916. Nell’autunno ‘17 la Russia era ormai militarmente fuori gioco, ma le trattative di pace si protrassero fino al 3 marzo 1918, quando venne siglato il trattato di pace, tra gli imperi centrali e la nuova repubblica dei soviet, presso la cittadina di Brest-Litowsk.

SOLDATI DEL TIROLO ITALIANO AL FRONTE ORIENTALE: IL CONTRIBUTO DEL TRENTINO

Con la mobilitazione proclamata il 31 luglio 1914 l’intero Tirolo, Trentino incluso, fornì al multinazionale esercito austroungherese ben nove reggimenti di fanteria, oltre a un reggimento di artiglieria da montagna, tre squadroni di Landesschützen a cavallo e reparti minori di gendarmeria e artiglieria da fortezza. Ogni reggimento disponeva teoricamente di una forza di oltre 7.000 uomini: quattro erano i reggimenti dei Tiroler Kaiserjäger (la fanteria di linea tirolese), tre quelli dei Tiroler Landesschützen (truppe alpine), due infine quelli della Tiroler Landsturm (milizia territoriale costituita da militari di età compresa tra i 33 ed i 42 anni, poi fino ai 50, che avessero militato per tre anni nei Landesschützen o nei Kaiserjäger). Le truppe di lingua italiana rappresentavano circa i due quinti del totale, ma nell’ambito della classe degli ufficiali la loro presenza era del tutto marginale.

A fronte di una popolazione di circa quattrocentoventimila anime, il Tirolo italiano e la comunità ladina fornirono, all’atto della mobilitazione, circa 27.000 militari, ai quali altri 28.000 si aggiunsero tra il novembre 1914 e la fine della guerra. Non si trattava quindi di un contributo modesto: le valli trentine si svuotarono letteralmente della loro popolazione maschile nel corso del conflitto, anche se il fenomeno non fu immediato. La mobilitazione generale dell’estate del ‘14 coinvolgeva infatti, Landsturm a parte, gli abili alla leva tra i 21 ed i 32 anni. Nel novembre 1914 vennero richiamati i ventenni mentre, dopo il maggio 1915, la leva in massa richiamò in servizio tutti gli abili alle armi fino ai cinquant’anni. Nel 1916 vennero coinvolti i diciottenni e nell’anno successivo persino i diciassettenni.

I reparti nei quali erano stati inquadrati i trentini vennero impiegati nei combattimenti sin dai primi giorni di guerra, vivendo il dramma delle disastrose ritirate attraverso le pianure galiziane e i sanguinosi scontri con le masse di fanteria russa sulle creste dei Carpazi. Le durissime perdite subite nel 1914 dalle armate asburgiche non risparmiarono, quindi, i soldati del Tirolo italiano: lo testimoniano gli organici al 31 dicembre 1914 dei quattro reggimenti Kaiserjäger (che in agosto potevano ciascuno disporre di circa 4.500 effettivi in linea e di una riserva in addestramento in Tirolo di altri 2.500): il 1° reggimento era ridotto a 1.237 uomini e gli altri a 1.105, 1.328 e 1.012 rispettivamente.

Il pedaggio pagato al grande conflitto dai reggimenti tirolesi di linea fu assolutamente inimmaginabile per chi ancora avesse tentato di ragionare in termini di guerre risorgimentali: i quattro reggimenti Kaiserjäger diedero nel corso della guerra la vita di oltre 20.000 loro soldati, guadagnandosi 133 medaglie d’oro; i tre reggimenti Landesschützen, dal canto loro, immolarono 15.000 soldati e 502 ufficiali, con un bilancio di 144 medaglie d’oro e 2.811 medaglie d’argento.

Il 1915 portò nuovi disastri e molti trentini dovettero prendere la via della prigionia in terra di Russia fra i 100.000 militari asburgici che le forze zariste catturarono alla caduta di Przemysl. A partire da quell’anno, tuttavia, aumentò gradualmente la diffidenza dei comandi austriaci ed ungheresi nei confronti dei militari di lingua italiana, specialmente dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia. Venne così adottata una sistematica politica di “diluizione” dell’elemento italiano soprattutto in reparti di lingua tedesca, mentre venne grandemente ridotto il numero dei trentini nei tradizionali reparti tirolesi. Quando poi Kaiserjäger e Landesschützen vennero inviati sul fronte italiano, una radicale scrematura venne effettuata concentrando i Trentini nei cosiddetti “Sud-West Baonen”, i battaglioni del sud-ovest, destinati a rimanere al fronte orientale e su quello balcanico prevalentemente a pattugliare le retrovie, a scavare ricoveri e trinceramenti e in seguito a presidiare la frontiera tra Galizia e Ucraina e, addirittura, le occupazioni tardive (1918) della lontana Crimea.

L’atteggiamento, spesso inqualificabilmente astioso e discriminatorio, tenuto anche qui da molti ufficiali e sottufficiali di lingua tedesca e ungherese nei confronti dei militari di lingua italiana non facilitò certo la vita dei trentini, costretti a lottare contro i pregiudizi dei superiori e a dimostrare ogni giorno di essere degni di quella fiducia che altri molto più frequentemente di loro tradirono. È appena il caso di ricordare, infatti, che sul fronte orientale interi reggimenti imperiali di nazionalità ceca e croata passarono talvolta le linee con armi e bagagli, consegnandosi in massa ai russi e determinando situazioni potenzialmente disastrose per lo schieramento austriaco.

La realtà è che i Kaiserjäger ed i Landesschützen trentini di lingua italiana si batterono né meglio né peggio dei soldati delle altre nazionalità trascinate nel vortice del fronte orientale, eccezion fatta, è doveroso ricordarlo, per i reparti di lingua tedesca. Per loro la guerra era arrivata improvvisa, obbligandoli ad abbandonare famiglia e beni per andare a combattere in terre sconosciute contro popoli mai prima incontrati. Fecero ciò che la legge della guerra loro imponeva, con forte spirito di corpo e con la speranza, o il sogno, di un rapido ritorno alle proprie case. Pur senza essere in genere inebriati da travolgente amor di patria, essi accettarono il conflitto e tutto ciò che questo comportava, con rassegnazione e con un innegabile senso del dovere che traeva la sua origine e la sua forza dalla tradizione e dal giuramento di fedeltà all’imperatore.

La nuda realtà delle cifre parla, però, meglio di ogni elucubrazione su fede e spirito combattivo: a fine guerra ai trentini erano state attribuite 8 medaglie d’oro al valor militare, 160 medaglie d’argento e migliaia di bronzo. Ma sugli oltre 55.000 mobilitati, dagli 8.000 ai 12.000 erano sepolti nei cimiteri di guerra della Galizia, della Bucovina, sui Carpazi, sul fronte balcanico e su quello italiano: una percentuale di almeno il 22 per mille dell’intera popolazione, cifra leggermente più alta della media dei caduti di tutte le regioni della duplice monarchia. Più di 14.000 erano inoltre i feriti, mentre 12.000 erano caduti prigionieri. La massima parte delle perdite era avvenuta sugli sterminati campi di battaglia del fronte orientale, dal quale quasi nessuna salma, se non quella di qualche ufficiale, ha mai fatto ritorno.

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