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Laddove l’istmo collegante il massiccio di Cima d’Asta con la dorsale principale del Lagorai s’abbassa ai 2018 metri di passo Cinque Croci, due arrotondati rilievi prativi s’innalzano dolci ai due lati del valico. Il colle a meridione, noto ai più come cima Socede, rappresenta l’estremità della irregolare cresta che da cima Lasteati si proietta verso nord attraverso la plaga degli omonimi laghetti. Il rilievo settentrionale, che separa passo Cinque Croci dal vicino passo Val Zion, s’innalza con ripidi versanti erbosi assumendo un aspetto a dorso di cammello, con due cocuzzoli di quota pressoché identica (2251 m s.l.m.); è questo il Col San Giovanni, che tra il 1915 ed il 1917 fu al centro di pressoché continue operazioni militari italiane ed austriache per la sua posizione dominante a cavallo delle testate di val Campelle e val Cia. Nel corso del conflitto, anche escludendo l’abbandono austriaco in occasione del crollo finale del novembre 1918, il conteso rilievo cambiò occupante almeno 13 volte!

Da parte italiana vi furono impiegati quasi esclusivamente reparti alpini, dei battaglioni Val Cismon, Valbrenta e Feltre ed esso, alla fine del 1916, ben si era meritato l’appellativo di “colle degli alpini”.

Incorporato, quale avamposto permanente, nella linea di resistenza austriaca a protezione dei valichi del Lagorai centrale di forcella Valdorda, di forc. Busa della Neve e soprattutto di forcella Lagorai, nell’estate del 1915 il Col San Giovanni era presidiato da pochi Standschützen e Landsturmern del “Gruppe Obst Radda”. Il primo attacco spettò al btg Val Cismon, all’epoca concentrato attorno a forcella Magna. Già il 31 luglio una pattuglia guidata dall’allora tenente Cristoforo Baseggio aveva eseguito una ricognizione spingendosi fino a cima Socede (all’epoca q. 2179); due giorni dopo, il 2 agosto, il medesimo ufficiale guidava nuovamente un drappello di 25 alpini che, approfittando della nebbia, riusciva ad occupare il rilievo scacciandone a fucilate i pochi difensori ma lo doveva abbandonare prima di notte per l’assoluta mancanza di collegamenti con la linea principale italiana.

Rioccupato immediatamente dalle vedette austriache, il San Giovanni ritornava per poche ore italiano il 26 agosto, quando due pattuglie del Val Cismon, appoggiate dal fuoco di una squadra appostata a cima Socede, ne assaltavano il versante orientale al comando del s.ten. Frescura allo scopo di eseguire dalla cima osservazioni e rilievi delle antistanti posizioni nemiche di Stellune e Valsorda. Alle 20.00 del medesimo giorno, però, gli alpini tornavano nuovamente a forcella Magna mentre l’avversario dall’indomani, installava sul cocuzzolo meridionale un posto avanzato solamente diurno.

Sia il colle che passo Cinque Croci erano destinati a rimanere ancora a lungo in terra di nessuno, anche se il periodo degli scontri pressoché incruenti era giunto alla fine. Il 17 settembre il Val Cismon dovette lamentare, nel corso dell’ennesimo attacco al San Giovanni, la morte di un ufficiale. Dopo che già il giorno 13 una pattuglia era fortunosamente sfuggita ad un agguato tesole tra malga Conseria e passo Cinque Croci, all’1.00 del mattino, quattro pattuglie erano uscite da forcella Magna per tentare la solita cattura del posto avanzato diurno austriaco di q. 2251; durante la manovra, nei pressi del cocuzzolo a nord-est di malga Conseria, i tenenti Palatini e Feruglio urtavano in rapida successione due “torpedini terrestri”, sorta di mine antiuomo interrate ed attivate da un filo “ad inciampo”. La morte del primo ufficiale ed il ferimento del secondo, che si meritò in quest’azione la prima medaglia di bronzo al valor militare, non interruppero l’attacco, conclusosi con la cattura di un soldato boemo e l’uccisione di due Landsturmern benché neppure stavolta il colle venisse stabilmente occupato. Il giorno successivo le vedette austriache erano nuovamente al loro posto su q. 2251-sud.

Assolutamente incruento e pressoché incontrastato fu invece l’attacco che avrebbe dovuto portare alla occupazione definitiva della posizione, il 18 agosto, in occasione del concomitante attacco a cima Valpiana. L’azione, mirante ad avanzare lo schieramento italiano tra val Calamento e val Campelle sull’allineamento Valpiana-Setole-m.ga Montaletto-La Costa- Col San Giovanni, fallì per la resistenza austriaca che costrinse gli italiani a rinunciare a Valpiana e ad arroccarsi sul Setole. Mentre sotto Valpiana la 265^ del Val Cismon perdeva dodici alpini (tra questi il suo comandante, capit. Bianchi), i tre plotoni della 264^ compagnia che salirono sul San Giovanni non trovarono quasi resistenza. In quell’occasione l’occupazione si estese al sottostante, a ovest, Col della Palazzina, q. 2114, che all’epoca, per la sua vicinanza al rilievo principale, era stato dagli italiani denominato “San Giovannino” nella toponomastica di guerra.

Gli italiani si assestarono sul San Giovanni occupando stabilmente solo il cocuzzolo meridionale e appostando sulla troppo esposta cima nord solamente delle vedette notturne. Centocinquanta uomini in tutto guarnivano le trincee disposte a ferro di cavallo attorno al passo Cinque Croci. Dopo che, il 27 ottobre, un improvviso bombardamento a shrapnel da Valsorda e Montalon aveva devastato l’accampamento degli alpini sul versante meridionale del colle causando tre morti e sei feriti, la difesa della posizione passò, il 3 novembre, ad un solo plotone del 57° rgt fanteria (brg Abruzzi). Ma gli inesperti fanti non resistettero a lungo l’8 novembre, di fronte al deciso attacco di un pattuglione di ungheresi del battaglione II/29° e di Standschützen del btg Feldkirch usciti nottetempo da forcella Lagorai. Coperti da mantelli bianchi e muniti di racchette da neve, gli austriaci irruppero sul cocuzzolo nord spargendo il panico tra gli italiani, che ripiegarono dapprima su cima Socede, poi addirittura su forcella Magna. Le perdite furono di soli due uomini, ma la ritirata lasciava pericolosamente scoperta la sezione di 2 cannoni da 149G che artiglieri ed alpini all’inizio di novembre avevano faticosamente trainato da forcella Magna e messo in batteria presso il più elevato dei laghetti Lasteati! Nella loro ritirata i fanti avevano ovviamente trascinato nel panico gli artiglieri ed ora i pezzi intatti, totalmente indifesi ed incustoditi, giacevano abbandonati nella terra di nessuno a poche centinaia di metri dagli ignari fanti austriaci. In fretta e furia venne dunque richiamata da val Sorgazza un’intera compagnia di fanteria che il mattino successivo, dopo aver raggiunto i due cannoni “dispersi”, si lanciava sul colle rioccupandolo facilmente per il rapido ripiegamento avversario. Le consistenti nevicate d’inizio novembre diedero agli italiani la certezza della fine dei pericoli di perdita del San Giovanni ad opera di attacchi austriaci, tranquillizzando i comandi arretrati. Ma furono stavolta le forze della natura ad obbligare gli occupanti ad un forzato abbandono: la sera dell’11 novembre le ultime pattuglie di fanti lasciavano il colle, per l’impossibilità assoluta di mantenere il benché minimo collegamento con la linea retrostante, ripiegando definitivamente su forcella Magna.

Solo ardite pattuglie di sciatori austriaci, tra il dicembre 1915 ed il marzo del 1916, si avventurarono a scopo d’osservazione sul colle ricoperto da un candido e spesso manto nevoso. E proprio queste pattuglie rappresentarono l’incubo del comando italiano di forcella Magna, ossessionato dal terrore di poter essere preceduti dal nemico nella stabile rioccupazione del rilievo.

Dopo che per più volte stremate pattuglie di territoriali avevano invano tentato di raggiungere il colle, il 17 aprile una pattuglia del btg Valbrenta finalmente vi si insediò stabilendo addirittura un efficiente collegamento telefonico con cima Socede e le retrovie. Non mancarono in questa fase i momenti ameni, come si deduce dalle lettere alla famiglia del s.ten. Paolo Marconi: “Vorrei descrivere un’alba sul San Giovanni, quando sul cielo sereno in una pallida luce le rocce all’intorno si scorgono saettanti nella pura tranquillità. Poi la neve domina chiaramente sopra ogni cosa. Quando il sole si leva e indora le più alte rupi, allora si levano in volo le piche tutte bianche con il loro pesante battere d’ali e con il grido soffocato, o le bianche pernici che cantano mentre procedono con volo ampio e solenne. Poi il sole scende dalle più alte cime a frugare nella valle profonda che il bosco fitto ricopre”.

L’esordio della Strafexpedition a nord della Valsugana fu scandito, nella notte sul 16 maggio 1916, dall’ennesimo assalto austroungherese al Col San Giovanni: circa 600 uomini appartenenti ai btg Standschützen Auer e Feldkirch, oltreché al 166° btg Landsturm ed al btg di fanteria II/29°, coperti da camici mimetici bianchi, uscirono col buio da forcella Valsorda riuscendo ad avvicinarsi in silenzio a poche decine di metri dal caposaldo di vetta e ad occuparlo di sorpresa dopo un breve combattimento con i 90 alpini del Valbrenta che lo presidiavano. Ancora una volta, l’intera dorsale dei Lasteati viene abbandonata dagli italiani, che si attestano sulla linea Cima d’Asta – forcella Magna – cima Lasteati – Cengello lasciando che il nemico si insedi (24-25 maggio) non solo sul San Giovanni ma anche su cima Socede e sui brulli cocuzzoli attorno ai laghetti Lasteati (q. 2079 I.G.M.).

Con i primi di giugno e l’arenarsi della Strafexpedition in Valsugana, l’iniziativa ritornò agli italiani: il 16 di quel mese la 263^ comp. del Valbrenta lanciò uno sfortunato attacco contro cima Socede, avente per obiettivo la rioccupazione di passo Cinque croci e di Col San Giovanni. L’operazione, che richiese il concorso tardivo della 264^ del Val Cismon per trarre d’impaccio gli alpini del capit. Buzzetti, (Bilancio della quindicina un combattimento triste e finito male coi veci del ValBrenta su questi cocuzzoli di fronte, tanto, per aumentare il bottino di morti al cimitero di Malga Sorgazza , così lo definì Paolo Monelli nel suo “Le scarpe al sole”) fallì per la tenace resistenza nemica, con la perdita, fra gli altri, di due ufficiali (s.ten. Marconi e Campiglio-Lombardi).

Il col San Giovanni tornò italiano solamente alla fine della controffensiva scatenata dagli italiani nel massiccio del Cimon Rava a partire dal 3 luglio, mirante a ricacciare gli austriaci ad ovest del torrente Maso: perse le posizioni chiave di cima Primalunetta-Cenon, del costone delle Tavarade e del Croz di Conseria e in grave difficoltà nella zona tra osteria Cruccolo e cascata del rio Brentana, gli austriaci optarono per la ritirata generale oltre il Maso nella notte tra 4 e 5 luglio. Furono così abbandonati, ormai indifendibili, cima Socede, passo Cinque Croci, Col San Giovanni e San Giovannino, nonché il vicino Col degli Uccelli. Decine di disertori dalmati e ruteni si consegnarono agli alpini ed ai fanti italiani, ma solamente il 6 luglio il plotone esploratori del btg Feltre avanzava ad occupare il Col San Giovanni e l’adiacente malga Val Zion. La sera di quel giorno, mentre il plotone si apprestava al rientro a forc. Magna, sul colle perdeva accidentalmente la vita per un’imprudente curiosità sulle granate a mano austriache l’esploratore Luigi Barél, veterano della guerra di Libia e caro a Paolo Monelli.

Divenuto pilastro fondamentale della linea di resistenza italiana nel Lagorai centrale, Col San Giovanni fu gradualmente trasformato da alpini e fanti in un caposaldo formidabile a difesa di passo Cinque Croci, estrema ala sinistra di quella che per il comando italiano era divenuta la “regione dei colli”: una lunga e profonda trincea, che correva sulla displuviate del passo stesso, lo collegava a cima Socede; sul versante sud, a controllo del valico e del blockhaus ivi realizzato, si aprivano svariate feritoie di appostamenti per mitragliatrice in caverna; trincee coperte da reti metalliche inclinate contro le bombe a mano collegavano la sommità nord, più esposta, alla vetta meridionale; due cannoncini da 42 mm a tiro rapido e sei mitragliatrici, tutti annidati in ridottini di cemento, terra e travi d’abete, tenevano sotto tiro il fronteggiante Col dei Fiori (q. 2338), primo avamposto austriaco oltre passo Val Zion. Un anello con molteplici fasce di reticolati cingeva il colle assieme al San Giovannino in un’unica struttura difensiva a 360° in grado di resistere per un certo tempo anche in caso di caduta del collegamento con cima Socede.

La fine del 1916 e quasi tutto il 1917 trascorsero tranquilli con sporadici bombardamenti e qualche azione di pattuglia; degna di menzione, a tal proposito, fu una ricognizione offensiva a sorpresa del marzo 1917 ad opera di un plotone del btg Val Camonica che riuscì ad espugnare di sorpresa, aggirandolo, il posto austriaco di Col dei Fiori ove vennero catturati prigionieri e distrutti apprestamenti. Quando il cedimento del fronte orientale sotto i colpi dell’offensiva austro-tedesca dell’ottobre 17 mise in crisi, con la minaccia d’aggiramento, anche il dispositivo difensivo italiano del settore Valsugana-Vanoi-Cismon, il programmato ripiegamento al Grappa prevedeva che tra le truppe destinate al presidio di questo massiccio vi fossero i reparti che fino ad allora avevano occupato le vette di Rava e che solo ai primi di novembre erano stati informati dell’imminente ritirata. Col San Giovanni venne abbandonato dagli alpini del Valbrenta, che ancora una volta si attestarono temporaneamente dinnanzi a forcella Magna, solamente nella notte tra il 5 ed il 6 novembre. La sera del 6 la bandiera giallo-nera della duplice monarchia sventolava nuovamente, e lo avrebbe fatto per un altro lunghissimo anno, sulla sfregiata e ghiaiosa sommità del “Colle degli Alpini”.

Una visita al Col San Giovanni, con gli adiacenti passo Cinque Croci e cima Socede, è alla portata anche dell’escursionista più pigro: risaliti in automobile dal fondo di Valsugana (bivio all’altezza di Strigno-Agnedo) fino all’arcinoto rifugio Crucolo sulla sinistra idrografica della valle del Maso, si prosegue attraverso l’amena conca di Cenon, superando il rifugio Carrettini, fino al parcheggio allestito in località “ponte Conseria” (divieto di proseguire in assenza di permesso comunale). Da ponte Conseria il sentiero SAT n°326 porta in circa quarantacinque minuti a malga Conseria, da dove è sufficiente un quarto d’ora o poco più per raggiungere passo Cinque Croci (m 2018). Presso la caratteristica croce metallica del valico, che sulle braccia reca altre cinque croci minori ed una commovente preghiera ad esse ispirata, si notano ancora i resti del ridottino di sbarramento eretto nel 1917, come pure il lungo camminamento che da esso si dipartiva, in direzione nord, risalendo tutto il versante meridionale del San Giovanni.

La salita del ripido pendio erboso non offre particolari difficoltà e permette di verificare di persona l’entità dei lavori di fortificazione eseguiti tra 1916 e 1917. Poche decine di metri sotto la vetta, una feritoia reca ancora, inciso nel cemento ancora fresco, lo stemma della compagnia mitragliatrici Fiat che realizzò l’appostamento. Superati gli ultimi resti di baraccamenti e caverne si perviene sull’arrotondata sommità, che offre uno stupendo panorama a 360 gradi sui campi di battaglia. In cinque minuti, con facile percorso lungo la pianeggiante cresta, si raggiunge l’esposta sommità settentrionale (avamposto italiano) prospiciente il col dei Fiori al di là del passo Val Zion.

La discesa potrà avvenire per il dolce pendio del San Giovannino e la incassata Val d’Ornella che, incuneata tra i due rilievi e percorsa da un gorgogliante e fresco rio, scende nuovamente a malga Conseria. Ancor più agevole risulterà una visita a cima Socede, risalibile senza alcuna difficoltà direttamente dal passo Cinque Croci, dove i resti degli apprestamenti militari impressionano ancora oggi per l’imponenza e l’estensione. Sarà così possibile percorrere l’intera cresta dei Lasteati, tra baranci, mirtilli e rododendri, fino a giungere ai laghetti omonimi passando per i rilievi rocciosi (q. 2161 IGM) ove nel giugno 1916 persero la vita i s.ten. Marconi e Campiglio-Lombardi. Sulla via del ritorno merita una visita il cocuzzolo dei morti, ricordato da Mario Mariani nel suo libro “Sotto la naja”, piccolo dosso un tempo trincerato ed ora ricoperto di rododendri, subito a nord-est di malga Conseria. Una croce realizzata con aste metalliche portareticolati ricorda oggi il vecchio cimiterino militare che accolse nella primavera del 1917 i militari uccisi dalle valanghe invernali.