www.mostradiborgo.it

AVVENTURE D’IRREDENTI TRA ALTOPIANI E VALSUGANA

Agli esordi della guerra italo-austriaca la relativa stasi operativa verificatasi sul fronte del Trentino orientale, ove le forze italiane (15^ divisione) avanzavano cautamente in Valsugana per allinearsi con lo schieramento già operativo dal 24 maggio davanti ai forti austriaci della piana di Vezzena, lasciò spazio a innumerevoli piccole operazioni tattiche. In queste azioni a carattere prettamente locale ebbero modo di mettersi ripetutamente in luce figure controverse di trentini rifugiatisi nel Regno e successivamente arruolatisi nelle fila del regio esercito per sostenere con l’azione gli ideali irredentistici proclamati alle folle nell’appena trascorso “maggio radioso”. Erano uomini che, per l’idea, avevano scelto di combattere per la Patria schierandosi contro la Patria. Per la vittoria di quella che consideravano la loro vera “terra madre” essi avevano preso le armi contro la nazione di cui erano cittadini. Entusiasti idealisti, trascinatori di folle e pieni di zelo patriottico per la prima, erano pertanto, e comprensibilmente, considerati solamente spregevoli traditori dalla seconda. Non sempre le vicende che videro protagonisti questi personaggi rivestirono carattere d’eroiche imprese belliche, assumendo talora il profilo di semplici atti impulsivi, di gesti disperati o di semplici bravate. In altre occasioni è stato invece il caso a decidere in assoluto le sorti di uomini e di cimeli. Ne possono essere esempio le vicende narrate nelle righe che seguono.

UN MAZZO DI CHIAVI: DAI VALLONI DI CIMA DODICI ALLE TRINCEE DI VEZZENA

19 settembre 1914, ore 21.00: due uomini a braccetto, in abito da passeggio come chi s’appresti ad una tonificante sgambata post-prandiale, salivano nell’ombra della sera la via che da Borgo Valsugana per la frazione di Olle va alla malga Lanzola, alle pendici settentrionali di Cima Dodici. Il passo era quello elastico e sicuro del montanaro allenato a percorrere sin dall’infanzia le creste di confine: la più alta vetta dell’Altopiano dei Sette Comuni vicentini, stagliata netta contro il cielo rosseggiante, incombeva silenziosa. Il più alto dei due, Giuseppe “Beppi” era appena uscito dal Castello del Buonconsiglio di Trento dopo un mese di carcere duro e di sofferenza fisica e morale: il suo compagno di cammino e di ideali irredentisti, Ruggero Lenzi, nativo di Borgo, l’aveva atteso alla stazione ferroviaria e l’aveva convinto della necessità di una immediata fuga oltre confine per salvarsi dalle grinfie dell’onnipresente gendarmeria asburgica. E per un “borghesano”, in quel periodo di incertezza e di sospetto, la via più immediata e sicura verso il confinante regno d’Italia era certamente quella rappresentata dai molti e ripidi sentieri, oggi in gran parte in disuso o del tutto dimenticati, che dal fondovalle salivano verso sud sino all’orlo dell’Altopiano. Con il calare di una notte illune la strada verso la libertà si faceva sempre più erta e difficile fra i faggi e gli abeti; il passo rallentava gradatamente, forse per contenere i battiti del cuore già sufficientemente accelerati dall’ansia e dal timore di un incontro con i gendarmi scaglionati dall’Austria lungo la frontiera a precludere la fuga dei suoi troppo impazienti cittadini. I due erano comunque armati e decisi a resistere nella sfortunata evenienza. Superarono la Lanzola e, lasciato sulla destra il sentiero battuto, si inerpicarono tra le aspre rocce della Val Fassinera con la Cima Dodici a destra ed il Monte Gomion a sinistra. Le punte delle dita, nel buio più assoluto, tastavano gli appigli in una salita estenuante. Piffer, oltremodo indebolito dalla prolungata anche se involontaria permanenza nelle imperialregie galere, chiedeva con frequenza energia alla tintura di Cola di cui s’era abbondantemente munito, ma ogni dieci passi doveva fermarsi a riprendere lena mentre le ore passavano troppo veloci per la loro speranza, che consisteva tutta nella possibilità di varcare Bocchetta Trentina prima dell’alba. Ad un certo punto un salto di roccia di oltre tre metri si parò dinnanzi ai due: ai lati solo pareti verticali. Era necessario salire. Il Lenzi, più in forze, riuscì a superare l’ostacolo ma quando Piffer volle imitarlo le forze gli mancarono. Lo scoramento prese il sopravvento ed il fuggitivo sedette al suolo esortando l’amico a proseguire da solo verso la salvezza. “Insieme siamo partiti, insieme arriveremo”, fu la risposta di Lenzi, che si levò poi la giacca, la arrotolò a mo di corda, aggiunse le fasce mollettiere e riuscì così a formare una fune di qualche metro con la quale “Beppi” si legò sotto alle ascelle. Puntando le spalle contro una parete ed i piedi contro l’altra facendo arco di tutte le sue forze, Lenzi riuscì piano piano ad issare l’amico alla sua altezza. Si alzarono, quindi, guardandosi in viso, e si abbracciarono senza parola alcuna. Ma nella manovra di sollevamento dell’amico era successo un piccolo incidente passato del tutto inosservato: dalla tasca posteriore dei pantaloni di Ruggero erano silenziosamente uscite, cadendo tra i sassi e le stelle alpine, le chiavi di casa Lenzi, situata a Borgo presso la stazione ferroviaria.

Quello superato era il passaggio peggiore e la marcia poté da lì procedere più speditamente: all’alba, il primo raggio di sole sulla Bocchetta Trentina diede ai fuggitivi il benvenuto in Italia. Giugno 1915: il battaglione “Bassano” è trincerato di fronte al forte Busa Verle; il battaglione “Val Brenta” di fronte allo Spitz Verle (il fortino-osservatorio austroungarico sul Pizzo di Levico). Cannonate, fischi di proiettili dispersi, scoppi di granate, picchiettare delle pallette di shrapnel. Colpi di mazza sui paletti dei reticolati, attività febbrile di alpini decisi a mettersi sicuri, e possibilmente comodi, in ogni situazione. Un plotone è in avamposti davanti al Basson. Dal “Val Brenta” Ruggero e Beppi vanno verso il plotone avanzato, dove sanno essere arrivati altri trentini. Non si chiamano più Ruggero e Beppi, per non facilitare l’identificazione in caso di cattura, bensì Vittorio Baratto e Mario Cirilli. Passano a sbalzi da un riparo all’altro, accompagnati da scoppi e raffiche, fino a sboccare in una valletta dove è acquattato il plotone cercato. Mentre vi arrivano, una granata da 105 scoppia quasi tra le gambe di un alpino, che viene buttato per aria e riempito di terriccio e di scheggie di legno. “Morto”, fa Beppi; invece l’alpino tocca terra e subito si rialza smoccolando come un carrettiere ed iniziando a liberarsi delle centinaia di aghi di pino di cui l’esplosione lo ha ricoperto. Indaffarato in tale attività il soldato vede e riconosce solo all’ultimo momento i due amici ai quali si rivolge allegro: “Ostrega, i me g’ha impienì!”. Solo la inconfondibile erre arrotata alla francese permette al Lenzi di riconoscere nel “bombardato” un altro carissimo amico, Giovanni Strobele da Strigno. “Ciao Nane! Situ qua anca tì?… “Me par de sì” è la risposta, “Andemo a bevarne na bicierota!”. E lì racconti, ricordi, risate, zampillano allegramente nell’imprevista rimpatriata; poi ognuno torna al proprio posto. 15 agosto 1915: una pattuglia del battaglione “Bassano” comandata dal ten. Sante Calvi esce in ricognizione dai prati del Marcai a Porta Manazzo e, per il Chempel, a cima Dodici. Tra gli alpini vi sono diversi irredentisti trentini: Molinari, da Olle, Marchesini, da Caldonazzo, ed anche Giovanni Strobele. L’ordine successivo è di scendere in Val di Sella, lungo la dirupata Val Fassinera percorsa da Piffer e Lenzi nella fuga in Italia dell’anno precedente. Calandosi a corda doppia lungo il canalone, in testa a tutti, lo Strobele giunge ad un terrazzo roccioso ove il vallone si restringe e siede, guardando ai monti lontani che celano Trento alla vista e riandando col pensiero alla madre che lì aspetta e intanto la mano vaga distratta fra l’erbe ed i sassi. Ad un tratto qualcosa che risuona come metallo percosso urta le dita del montanaro, distogliendolo dalla contemplazione assorta e richiamandolo alla realtà presente: l’uomo abbassa gli occhi e lo sguardo cade su un mazzo di chiavi delle quali una, in alluminio, desta in lui il ricordo della vecchia cara amicizia che lo lega all’alpino schierato con il “Val Brenta” qualche chilometro più ad ovest, davanti allo spitz Verle. Non c’è dubbio: sono le chiavi di casa Lenzi, la villa signorile ove prima della guerra egli entrava giorno e notte, sempre accolto come uno della famiglia. E una filosofica considerazione affiora spontanea alle labbra: “Sacranon, che bela combinasion!”.

Alcune ore più tardi “Nane” Strobele si presentava da Ruggero e gli consegnava sorridendo le chiavi che, a suo dire, madama Cima Dodici gli aveva consegnato e con preghiera di recapito all’interessato, come si leggeva di solito sulle carte della burocrazia militare. Fu così che l’alpino Ruggero lenzi, in uno dei suoi pattugliamenti estivi su Borgo (allora in piena “terra di nessuno”) poté svaligiare le cantine di casa propria senza dover ricorrere all’effrazione. Ma questa è un’altra storia, anzi la prossima.

IRREDENTISTI ED ALPINI: PATTUGLIAMENTO “ENOLOGICO-DIDATTICO” IN VALSUGANA

“S’era ai tempi che Borgo dormiva, fra due trincee, sonni agitati. La notte le pattuglie austriache ed italiane vi si scontravano talvolta, per le strade, e gli abitanti, svegliati all’improvviso dal crepitare delle fucilate o dai tonfi sordi delle bombe a mano, corevano a sbarrare più fortemente porte e finestre; poi si ricacciavano sotto le coltri tirandole ben sulle orecchie per non sentire, per ignorare”. Così Mario Mariani nel dopoguerra rievocava l’agosto del 1915, nella Valsugana teatro di una strana guerra. Davanti ai fanti italiani, trincerati nella stretta di Ospedaletto, e sul Lefre, la ridente conca di Borgo e Scurelle si apriva invitante ma allo stesso tempo minacciosa. Cosa si celava tra le case dei piccoli centri abitati, nei vigneti, nei campi coltivati?

Fino al 15 agosto fu tutto un susseguirsi di esplorazioni e ricognizioni “per riconoscere il terreno”, come si diceva nel gergo dei comunicati militari. Strigno, Scurelle, Samone, Spera, Castelnuovo, Borgo, Olle, Villa furono ripetutamente perlustrati in lungo ed in largo, quasi sempre senza trovare traccia del nemico; ciononostante, questi paesi non furono stabilmente occupati. La popolazione visse così uno strano periodo, soprattutto nel quadrilatero Borgo-Olle-Castelnuovo-Telve: in determinati giorni i villaggi brulicavano di italiani, indaffaratissimi ad individuare, e spesso arrestare, persone sospettate di sentimenti troppo filo-asburgici; altre volte, più spesso di notte, erano gli austriaci o le pattuglie dei “prussiani” del DAK (Deutsche Alpen Korps) che si aggiravano tra le case senza disdegnare le osterie! Per la gente era dunque normale, scendendo in strada al mattino, chiedere al dirimpettaio o al conoscente notizie sui momentanei occupanti; il “semo todeschi o semo taliani” era un interrogativo indispensabile nel difficile barcamenarsi di una popolazione assurdamente rimasta tra l’incudine asburgica ed il martello italiano.

Il 9 giugno, dopo che il giorno precedente gli esploratori dell’83 fanteria avevano raggiunto il torrente Moggio a nord di Olle, entrarono per la prima volta in Borgo truppe italiane: si trattava di un plotone di cavalleggeri e di una compagnia di fanti che, per la strada Gobo – Mesole – S. Margherita – Castelnuovo, arrivavano in paese da est e da sud. Ad accoglierli trovarono alcuni austriaci appostati su Castel Telvana con i quali si sviluppò un intenso, ma breve ed incruento, scambio di fucilate. Abbandonato nuovamente il villaggio dopo qualche ora, gli italiani rientrarono il giorno 12 e molte altre volte in seguito, mai però stabilmente. Il 15 agosto iniziava il secondo sbalzo offensivo italiano, che portava le regie truppe sulla linea Monte Civaron – Torrente Maso – pendici settentrionali di Monte Cima – Cima Ravetta – Tombolin di Caldenave – Cima Orsera – Cima Lasteati – Forcella Magna. Solo il 24 dello stesso mese, tuttavia, i fanti della brigata Venezia occuparono permanentemente Borgo. Tutte le pattuglie che, da parte italiana, si avventurarono nel paese tra queste due ultime date provenivano comunque dalla cosiddetta “linea del Maso”: anche il battaglione alpino Valbrenta, schierato sul ciglio settentrionale dell’Altopiano dei Sette Comuni tra Marcai e Porta Manazzo, era solito inviare caute ricognizioni in Val di Sella e, saltuariamente, fino al lontano corso del Brenta.

Tra gli alpini marosticani e bassanesi di quel reparto militava anche un volontario trentino di Borgo. Il suo nome, celato dietro lo pseudonimo di l’aspirante ufficiale Baratto sig. Vittorio, era Ruggero Lenzi. Esperto dei luoghi ed ansioso di rendersi utile, egli si offriva spesso per comandare audaci drappelli che cercavano di sondare le difese austriache ed il 20 agosto era stato temporaneamente distaccato dal suo battaglione e messo a disposizione del comando della 15^ divisione in Valsugana insieme ad un plotone d’alpini. Un mattino, a Castel Ivano, un ufficiale superiore convocò a rapporto proprio l’aspirante Baratto. “Mi è stato riferito”, gli disse, “che Lei è di Borgo. Or bene: Lei stanotte torna a casa sua. Ricognizione accurata di Borgo. Prenda gli uomini che le servono. E buona fortuna”. Non si trattava certamente di un’impresa scevra di rischi per un irredento: la forca, in quanto traditore dell’impero, sarebbe stata la ricompensa in caso di cattura e di successivo riconoscimento.

Partì dal “Casermone” di Strigno ch’era il tramonto. “Borgo tremava tra il Panarotta ed il Civaron, rannicchiata, accucciata, silente” (Mario Mariani). La pattuglia, dodici alpini più l’aspirante ufficiale, oltrepassò il Maso all’altezza di Carzano evitando strade e sentieri e cercando di avanzare al riparo dei filari di viti in aperta campagna fino alla riva sinistra del Brenta. Da qui gli uomini procedettero in silenzio, rovistando i cespugli fucile in pugno. Dovettero fare parecchi “alt” a causa di alcuni incidenti, usuali nel buio e su terreno poco noto; comunque, per mezzanotte, sempre al coperto di fossi e siepi, arrivarono a Borgo. Baratto era a casa. Le strade si presentavano deserte, ma scivolare senza rumore lungo i selciati con i grossi scarponi chiodati non era cosa facile per gli alpini. L’alto ufficiale aveva affidato al Lenzi un compito alquanto vago, eppure oneroso: si trattava di rovistare Borgo da cima a fondo, accertarsi che non vi si fossero annidati gli austriaci, andare oltre il paese verso Roncegno per vedere se esistessero camminamenti o trincee, parlare anche, se possibile, con qualche abitante rimasto per ottenere ulteriori informazioni sul nemico. Arrivato dinnanzi alla lussuosa villa nei pressi della stazione ferroviaria, l’aspirante ebbe un tuffo al cuore: villa Lenzi! Pareva ancora intatta, nonostante l’aria d’abbandono che aleggiava attorno all’edificio e nel giardino. Ecco allora che vennero buone le chiavi del mazzo perso durante la fuga in Italia, prima della guerra, e fortunosamente ritrovato giusto pochi giorni prima da Giovanni Strobele risalendo con altri soldati uno dei canaloni di Cima Dodici! All’interno della casa, l’odore di chiuso era opprimente ma tutto appariva in ordine: i mobili, i libri, perfino le suppellettili erano state risparmiate! Baratto accese un mozzicone di candela, illuminando chi gli stava intorno: “Figlioli, andiamo. Se mi hanno lasciato in pace anche la cantina stanotte offro io, come se mi fosse arrivata la promozione! Ci hanno da essere giù delle bottiglie di Breganze “. Scesi in cantina, uno spettacolo celestiale si spalancò dinnanzi agli occhi increduli degli alpini. Le botti erano intatte. Le bottiglie anche. “Ostia ciò! Le xé tante! El xé Braganse! Quante ne gavemo da bevar, sior tenente?” “Fin che potete, figlioli. Accomodatevi pure!” Quando uscirono inziava ad albeggiare: toni freddi d’azzurro tingevano il cielo d’oriente. Gli alpini erano ancora abbastanza lucidi e tranquilli. E soprattutto soddisfatti: avevano bevuto alquanto, attingendo alle più pregiate scorte del loro ufficiale: “Sior tenente, che bela pattuglia! Invese de l’ncontrar i Cechìn gavemo ncontrà el Braganse!”

Ora si trattava di trovare un abitante fidato dal quale ricevere conferma o smentita alle loro osservazioni notturne. Ad un tratto l’uomo di punta, lungo una via, ritornò di corsa per annunciare l’avvicinamento di una grossa pattuglia avversaria: “Tenente! Ghe sé i Cechìn!”… “Quanti?”… “Me par na sessantina!” La situazione pareva compromessa e Lenzi si apprestò a tentare il tutto per tutto con un disperato attacco di sorpresa, dodici contro sessanta, in modo che qualcuno potesse tornare nelle linee italiane a riferire i risultati dell’azione. “Lasciarli venire fino a venti metri, poi sparare tutto un caricatore, poi addosso con la baionetta e approfittando della sorpresa passare in mezzo. Intesi?” Ma anche quella estrema soluzione divenne impraticabile quando, pochi secondi dopo, altri austriaci sbucarono da un’altra strada a tergo. A Baratto girò la testa. Era finita. Nel suo destino il capestro si avvicinava, sempre più probabile. E allora prese rapidamente un’altra decisione: con un cenno fece entrare i suoi alpini nell’andito di una vecchia casa; egli stesso vi si addentrò e, scorta in fondo una porticina, bussò leggermente. Aprì una donnetta sui trent’anni, spaurita, avvolta in uno scialle. L’indice sulla bocca, Baratto entrò immediatamente, seguito dai suoi uomini, mentre la donna s’accasciava piagnucolando in un angolo: “Madona, Madona! E se vien i todeschi?”… “Stà bona, che no i vegnarà. I g’ha altro da far.” La porta era nuovamente serrata. Fuori, il passo cadenzato degli austriaci rompeva la quiete del mattino. Dalle finestre gli alpini vedevano un continuo viavai di berretti grigioazzurrini. E le preoccupazioni di Lenzi aumentavano progressivamente: “Cristo, se occupano Borgo proprio oggi, siamo in trappola!”  E, rivolto alla donna: “Ndé fora. Fe finta de zercar qualcosa, e dopo vegnì a dirne dove che va i todeschi.” La donnetta (forse aveva riconosciuto il Lenzi) obbedì e dopo un’ora ritornò con notizie utili: disse che si trattava di ben due compagnie in perlustrazione, ma che procedevano sicure nella certezza che nel paese e nelle vicinanze non ci fosse nemmeno l’ombra di italiani.

Verso l’alba, non senza qualche esitazione, essa informò l’ufficiale che tra le otto e le nove sarebbero venuti alla modesta casa diversi bambini che si era incaricata di tenere in custodia tutto il giorno, come in un asilo infantile. Tutti avrebbero portato da casa qualcosa da mangiare per la merenda, poiché sarebbero stati trattenuti fino alle sei di sera; bisognava quindi che gli alpini non uscissero prima dell’imbrunire perché altrimenti la loro presenza sarebbe stata presto segnalata, con le immaginabili conseguenze. E così avvenne. Ogni bambino che arrivav faceva gli occhi grandi e la bocca tonda. Poi, passata la sorpresa si rimetteva, si sedeva sulle ginocchia di un alpino, gli tirava i baffi ed incominciava a chiacchierare con lui. E la maestra ebbe quel giorno dodici meravigliosi aiutanti. Perché quelle bestiacce dal pelo ruvido, con il cappello a sghimbescio, con le scarpe chiodate, con tanto ferro addosso e tante bombe a mano nel tascapane, a casa, di quei cosini biondini o morettini ce ne avevano una nidiata ciascuno. E dopo un’ora i grandi ed i piccoli s’erano già affiatati. Chi imparava dal caporale i mesi dell’anno, chi dal sergente i giorni della settimana e chi a contarsi la punta delle dita o a contare le pallottole d’un caricatore dai soldati. Al tramonto passò qualche mamma a domandare come mai i bambini facessero più tardi del solito. La maestrina si affacciò alla finestra: “Perché oggi sto insegnando una bella canzoncina a tutti.” Dava sempre la stessa risposta.

Verso le 19.00 i piccoli ritornarono alle loro case e gli alpini, dopo caute perlustrazioni, poterono avviarsi alla strada del ritorno. Ripresero i sentieri per i campi e dopo due ore erano nuovamente a Strigno, ove il Lenzi presentò il suo rapporto. L’ufficiale superiore che aveva affidato al volontario trentino l’onere della ricognizione volle apprendere di persona i particolari dell’azione; al termine dell’esposizione, il suo commento fra il serio ed il faceto lasciò di sasso l’aspirante: “Beh, Baratto, con quel suo cranio pelato e lucido, lei il fisico da maestro elementare ce l’avrebbe proprio!” Pochi giorni più tardi, Borgo veniva stabilmente occupato da truppe della brigata Venezia mentre Lenzi ed i suoi alpini, via Primolano, Enego ed Asiago, facevano ritorno al battaglione Valbrenta. Qualche altro mese avrebbe dovuto passare prima che, nell’ottobre del 1915, il reparto scendesse al completo dall’Altopiano per portarsi nella valle del Brenta. I monti della catena del Lagorai – Cima d’Asta sarebbero divenuti per due lunghi anni l’habitat naturale di quei fieri montanari.

PERIPEZIE D’UNA DECORAZIONE: TRA AMERICA ED EUROPA

Nel corso del conflitto, combattendo nel corpo degli Alpini, l’irredento Giuseppe Piffer si era già meritato un encomio solenne nell’estate del 1915 nel corso dei combattimenti attorno a Cima Vezzena (nativo del Trentino, arruolatosi volontario in un reparto di alpini, sempre primo in ogni arrischiata impresa, dimostrava in ogni circostanza di guerra sprezzo del pericolo ed alti sensi patriottici e dava costante esempio di virtù militari Cima Vezzena, 12 luglio-25 agosto 1915). Sul Monte Grappa, durante la “battaglia d’arresto” del novembre 1917, il suo valoroso comportamento gli valse la già ricordata medaglia d’argento al valor militare, che egli portò con orgoglio sull’uniforme anche nel primo dopoguerra, quando condivise con altri trentini la controversa “impresa fiumana” divenendo, tra l’altro, il braccio destro di D’Annunzio. La decorazione lo seguì nella sua emigrazione verso il Brasile prima, in Centroamerica poi. Divenuto infine nel 1926 console italiano a Panama, ma minato nel fisico dagli strapazzi bellici e dallo sfavorevole clima centroamericano, Giuseppe Piffer dovette rapidamente rientrare in patria nel 1927 morendovi all’inizio del 1928.

Il frettoloso ritorno in Italia determinò l’abbandono a Panama di una quantità rilevante di effetti personali, di ricordi e di materiale documentario, finita in gran parte irrimediabilmente dispersa dato che la sostanziale semi-estinzione della famiglia Piffer (la sola sorella Carmela gli sopravvisse fino al 1976) rese impraticabile, e forse inutile, qualsiasi tentativo di recupero. Tra i cimeli “dimenticati” figurava anche la medaglia d’argento che l’irredento si era meritato nel 1917 sul Grappa. Dalla residenza panamense di Piffer la decorazione seguì una lenta e non meglio ricostruibile migrazione verso settentrione, protrattasi per vari decenni, sino a giungere negli anni ‘90 del secolo scorso a Città del Messico. Qui essa rimase per anni esposta nella scalcinata vetrinetta d’un negozio di bigiotteria e medagliette a carattere sacro, fino a quando venne acquistata per pochi pesos da una intraprendente ragazza messicana, Gilda Torres, che si guadagna tuttora da vivere fondendo in lingotti la gamma più svariata di chincaglierie d’argento, dalle medagliette alle monete. Ma prima di finire nel crogiuolo assieme a mille altri pezzi di metallo, la medaglia di Giuseppe Piffer venne individuata dall’intelligente ragazza come un possibile cimelio e quindi come fonte probabile di un qualche guadagno: conseguentemente essa, a fine 2003, venne offerta in vendita per qualche decina di dollari ad uno statunitense appassionato di storia e casualmente amico dell’estensore di queste note al quale egli si rivolse per delucidazioni circa nome e vicende del titolare della decorazione. Prontamente “requisita per ragioni storiche”, la medaglia al valore è così rientrata in Valsugana, questa volta per rimanervi, all’inizio del 2004.