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Ormai quasi solo meta di escursionisti domenicali, la montagna un tempo brulicava di vita agreste e di attività silvo-pastorali: sin da prima della Grande Guerra i suoi masi ospitavano nella stagione calda un buon numero di paesani che salivano in quota con il bestiame, qualche vacca ma tante pecore e capre, colonizzandola fino agli erbosi e scoscesi pendii immediatamente sotto la cima. I “prai de Ziste”, con la loro magra seola, garantivano comunque il foraggio estivo ad animali abituati, come peraltro quasi sempre anche i loro padroni, ad accontentarsi di poco. Era una vita semplice e tranquilla, di poche pretese, quella che fino alla tarda primavera del 1915 scorreva tra quiete e rassegnazione sui pascoli tra Costa Cortù e Suerta. Ma il destino non aveva riservato al Monte Ciste un posto privilegiato nel secondo decennio del ‘900. Le baite, le malghe grandi e piccole, i masetti sparsi sulle pendici, insomma tutti gli insediamenti che faticosamente i valligiani avevano costruito in quota a partire dai primi anni del secolo precedente, sparirono nel fumo degli incendi nel breve volgere di qualche mese: il Ciste non fu infatti risparmiato dalla grande bufera che per oltre quattro anni sconvolse l’Europa.

All’inizio del conflitto con l’Italia, a nord del solco del Brenta i pochi reparti militari austriaci, composti in prevalenza da Standschützen locali (i cosiddetti “Scizzeri”) si erano attestati sulla linea di cresta del Lagorai che, nel settore riguardante Telve di Sopra e Torcegno, transitava per forcella delle Conelle (il cosiddetto “Sennsattel”) correva sul nodo Sasso Rosso-Sasso Rotto-Sette Selle e per le cime di Ezze e della Colombara piegava poi ad est abbracciando la testata della Val di Fregio per continuare sui “Crozi d’Ezze” ed arrivare, oltre forcella Valtrigona, alla cresta di Pastronezze. Le scarse artiglierie erano appostate al Sennsattel e su Pastronezze. In questo schieramento, il Ciste rappresentava solamente un osservatorio, nemmeno il più avanzato, dal quale comodamente controllare la progressione delle truppe italiane nella Valsugana ormai abbandonata dalle forze imperiali. Le vedette più esposte stavano ben più avanti e più in basso, oltre forcella Lavoschio, sul Salubio e sul Ciolino dove nell’estate del 1915 si aggiravano anche piccole ma agguerrite pattuglie di soldati bavaresi del DAK (il Deutsche AlpenKorps, ossia “Corpo Alpino Germanico”, inviato a supportare le modeste forze asburgiche nonostante la mancanza di una formale dichiarazione di guerra della germania al regno d’Italia).

Gli italiani, che il 15 agosto avevano occupato in Valsugana la linea del Maso insediandosi a Spera, Scurelle, Strigno e zone limitrofe, nel loro primo “sbalzo offensivo” si erano frattanto impadroniti dell’intero massiccio di cima d’Asta e delle Cime di Rava. Occupando anche monte Cima e monte Frattoni, sopra Samone, essi disponevano a quel punto di un ottimo osservatorio ed appostamento d’artiglierie, verso il Salubio, Telve di Sopra e Torcegno, e Val Calamento. La situazione era matura per una ulteriore avanzata oltre il Maso, verso Borgo sul fondovalle e verso il Salubio più a nord. Il 24 agosto 1915 un battaglione di fanteria dell’84° reggimento, con la guida (non particolarmente apprezzata, a causa dei continui errori d’orientamento che rallentarono e complicarono notevolmente l’operazione) dei baroni Carlo e Raimondo Buffa riuscì a salire sulla vetta del salubio catturando cinque austriaci (tra i quali il “grignato” Marco Stefani ed il tesino, di Cinte, Giocondo Buffa) e rinvenendo due cadaveri di scizzeri. La novantina di scizzeri che, agli ordini d’un tenente austriaco, presidiava il Salubio ripiegò in fretta la sera stessa sfuggendo al tentativo d’aggiramento messo in atto dagli italiani: la compagnia di fanti che, sotto la guida di Carlo Buffa, avrebbe dovuto risalire la valle del Maso fino a Pontarso e occupare da lì la forcella Lavoschio, alle spalle del Salubio, si era infatti persa nei boschi per varie ore ed aveva completamente fallito l’obiettivo.

Il primo attacco diretto al Ciste prese corpo all’alba del 27 agosto, quando una pattuglia di una trentina di uomini dell’84° reggimento, guidata dal ten. Mario De Giovanni da lì risalì il costone da Lavoschio fino in vetta: gli austriaci che dietro la cima stavano consumando il rancio, colti di sorpresa, si diedero inizialmente alla fuga lasciando in mano italiana un prigioniero, una vedetta. Ma lo sbandamento iniziale scomparve ben presto, quando fu chiara la esiguità numerica degli attaccanti: il successivo contrattacco vide la pattuglia soverchiata e sopraffatta. Nella mischia, il ten. De Giovanni, colpito da una pallottola al polmone destro e da una baionettata al ventre, cadeva sotto la cima assieme al soldato Stizzi Mario. Le due salme vennero recuperate a sera da una seconda pattuglia di 10 uomini, dopo che gli avversari, temendo una sorpresa notturna, avevano ripiegato verso cima Mendana. Il De Giovanni venne inumato il giorno 29 agosto nel cimitero civile di Spera, ove una lapide con foto lo ricorda ancor oggi.

Prima di mezzogiorno del 27, benché nuovamente in possesso della vetta, cominciò ad apparire imprudente al comando del btg Reutte II° (il reparto di Standschützen che controllava la zona) esporre la guarnigione del Ciste al pericolo di una cattura notturna. Venne così impartito l’ordine di abbandonare l’avamposto, ritirandosi sulla posizione principale a forcella delle Conelle. Avrebbe coperto l’arretramento una squadra di 19 uomini appostati a q. 1525 del costone del Carli. Per le ore 13.00 del 27 tutti gli Standschützen erano rientrati nelle linee; rimanevano dei posti di guardia fissi sui rilievi ad ovest di forc. Mendana, nelle due piccole vallette di Sette Selle e sul versante orientale di Sopraconella. Nella notte tra 27 e 28 agosto, tuttavia, sulla vetta si reinsediarono temporaneamente alcune pattuglie tirolesi. Il giorno successivo al fallito tentativo dei fanti, spettò ad un reparto di alpini del bellunese, la 65^ compagnia del battaglione Feltre arrivata in Salubio solo 24 ore prima, attaccare la cima: li guidava un telvato, Giuseppe D’Anna, “traditore” agli occhi dell’Austria, “patriota irredento” per l’Italia nel cui esercito aveva scelto di arruolarsi dopo essere fuggito a Padova con la famiglia nell’imminenza del conflitto. Al comando della compagnia era il capitano Nasci, che nella seconda guerra mondiale, ormai generale, comanderà il corpo di spedizione italiano durante la campagna di Russia. Una compagnia dell’84° reggimento fanteria, la 5^ batteria da montagna e mezza compagnia zappatori erano destinate ad appoggiare l’azione. Dal “Croz de Conseria”, q. 2156 sopra lo spigolo dei Carlettini in Val Campelle, il battaglione “fratello” del Feltre, il Val Cismon, osservava con ammirazione la manovra d’attacco della 65^, che il D’Anna così descrive:”… stato deciso di prendere possesso della Cima Ciste, (…) doveva svolgersi un’azione analoga a quella di Salubio, vale a dire che un battaglione (era una compagnia, n. d. A. ) dell’84° avrebbe fatto una dimostrazione in forze frontalmente, puntando direttamente dalla Forcella di Lavoschio, mentre il vero attacco doveva essere fatto da una compagnia di alpini sul fianco verso Lavoschietto: mio compito era guidare la compagnia fin sotto la cima. Arrivai in Salubio che era notte fatta (…). Trovai la mensa del Colonnello (Canonico, n. d. A.) in una baracca fatta alla meglio con tavole racimolate di qua e di lì (povera casa mia!) e coperta di rami d’abete (…) “. Appena il colonnello ebbe letto la lettera del Generale (…) mandò a cercare il Capitano Nasci degli Alpini Battaglione Feltre: era lui che il giorno appresso doveva comandare l’azione (…). “Preso il caffè me ne andai col Capitano (…). Nasci m’avvertì che avrei dovuto cercarmi un luogo qualunque per dormire, che m’arrangiassi! Presi con lui gli accordi per la mattina e me ne andai (…). Mi pareva di essermi appena addormentato che l’attendente del Capitano mi scuoteva allegramente dicendomi che era ora di partire (…). Venti minuti dopo la compagnia era pronta sul prato. Fu fatto l’appello e poi il Capitano Nasci la radunò intorno a sé e (…) diede le istruzioni per l’attacco. Il battaglione era ai suoi primi scontri (…). Alla fine (…) il Capitano disse: -Vi avverto, giovanotti, che è con noi un volontario trentino che ci servirì da guida in quest’occasione: esso vi è affidato; a nessun costo esso deve cadere nelle mani del nemico! – Fu una sola voce: – Col batalion Feltre niente paura! – Molti soldati erano di Lamon e di Fonzaso e perciò mi conoscevano personalmente. Mi avviai seguito dal Capitano e la compagnia cominciò a snodarsi giù per la valletta sotto la Fontana e attraverso il prato di Castello. Passato questo infilai la strada del Colmarìn buia come la bocca di un forno. Era un vero disastro il camminare e dietro di noi si sentivano le bestemmie dei soldati che, carichi com’erano (…), facevano dei capitomboli poco simpatici. Voltandomi vedevo dietro di me tutto un formicolio nero (…). In un’ora si fu alla Valle dell’Acqua dove il Capitano ordinò un alt per riposare la truppa (…). Alla Malga di Lavoschio, in luogo di seguire il sentiero (…) feci passare la compagnia lungo il limite del bosco per non essere eventualmente veduti da qualche sentinella che fosse posta verso il laghetto di Lavoschio. La compagnia era appena sbucata dal bosco sul campivolo della Malga che su verso il laghetto s’innalzò un razzo bianco, seguito subito da uno rosso: – tutti a terra! Ma visto dopo pochi minuti che il nemico non si faceva vivo e che i segnali non si ripetevano, proseguimmo. Albeggiava. Sul nostro fianco sinistro potemmo vedere la compagnia di linea, che doveva fare l’azione dimostrativa verso i laghetti di Ciste, sfilare silenziosa lungo il sentiero parallelo a quello che percorrevamo noi. I muli portamunizioni e viveri furono nascosti sulla cresta che separa Lavoschio da Lavoschietto e noi proseguimmo lungo la stessa. Io accompagnai (…) fino al Pian delle Galline: sopra di noi la cima era a non più di trecento metri. Qualche ta-pum aveva cominciato a farsi sentire. Il Capitano Nasci mi disse che aveva l’ordine di rimandarmi e perciò mi invitò a ritornare. Discesi fino alle salmerie (…) e qui mi fermai per vedere l’azione. Su, sopra il Pian delle Galline, si punteggiavano i grigioverdi degli alpini che montavano da sasso a sasso, prudentemente ma velocemente. La compagnia s’era quasi completamente distesa, dallo spigolo che guarda verso Orna allo spigolo estremo che va al Pian delle Galline, salendo a ventaglio. Dopo forse dieci minuti ch’io stavo osservando, i primi alpini spuntarono sulla vetta, senza che altri colpi di fucile si sentissero, ma nel momento che vi arrivarono fu uno scoppiettio rapido e secco di fuoco accelerato, e vidi un rimestarsi di soldati nostri che si lanciavano di corsa oltre la cima rispondendo vivamente al fuoco nemico, e ben presto non sentii che qualche raro colpo dei nostri, e vidi i ritardatari sulla cima che l’attraversavano di corsa. In quel momento si risvegliò l’artiglieria austrica ed arrivarono i primi schrappnells che oltrepassata la cima vennero a scoppiare proprio sopra la mia testa: sentii il sibilo viperino delle pallottole battere tutto attorno (…). Ne arrivarono tre o quattro ferendo un mulo, (…) poi il tiro andò regolandosi, ed un momento dopo i batuffoli bianco rossi parevano tante nuvolette sperdute sulla cima, che un vento di settentrione buttava giù verso la valle. Sulla cima, immediatamente sotto, un accavallamento di grossi massi dà modo di ripararsi anche dalle intemperie, ed i nostri alpini ne usarono ridendo allegramente, e lasciando che gli austriaci si sbizzarrissero. Le perdite furono lievissime. Subito sotto la vetta, sul versante opposto, fu trovato il luogo dove furono accampati i nemici con una quindicina di tende e del materiale. L’attacco nostro doveva essere loro arrivato improvviso perché si trovarono le marmitte pronte per il rancio mattutino. Purtroppo, tra i morti vi fu anche un ufficiale, caduto alla prima scarica, Cima Ciste fu nostra”.

Effettivamente i ricordi del D’Anna sono molto precisi: i primi esploratori della 65^ comp. Arrivarono in vetta verso le 6.30; alle 6.50 li raggiunse il resto del reparto. Iniziato alle 7.00 il fuoco d’interdizione dell’artiglieria austriaca, due compagnie di fanteria si schierarono nella mattinata del 28 a protezione del fianco meridionale della nuova posizione, una a forcella Lavoschio e l’altra sul costone di Ciste. Per due giorni gli alpini, con l’appoggio della mezza compagnia zappatori, rafforzarono gli apprestamenti difensivi frettolosamente abbandonati dal nemico. L’unico disturbo era costituito da radi colpi d’artiglieria provenienti dalla zona del Sasso Rotto e, sul fianco destro, dalla cresta di Pastronezze; alcuni piccoli gruppi di soldati in divisa grigioazzurrina si fecero occasionalmente vedere in basso, presso malga Ciste e Suerta, nonché sui rilievi ad occidente, verso la conca del lago d’Ezze. Finalmente, il 31 agosto, venne effettuato un tentativo, per la verità non molto convinto, d’ulteriore avanzata verso forcella Mendana: un plotone d’alpini partì verso le 4.00 dal Ciste dirigendo lungo il costone occidentale. Gli altri tre plotoni della 65^ erano pronti all’intervento nel caso il primo fosse stato attaccato. Poco dopo le 5.00 la pattuglia di punta del plotone, seguendo il costone, raggiungeva cima Mendana, occupata da pochi Standschützen i quali, ai primi spari, si dileguavano scendendo verso l’omonima forcella. Mentre il plotone occupava l’avamposto nemico, dal Ciste veniva scorto, scendente da forcella di Sette Selle, un reparto forte di una settantina di uomini; altri contingenti calavano in val di Fregio da malga Val Meneghina ed altri ancora dal Sasso Rosso verso il lago d’Ezze. Temendo che lo scopo di tali spostamenti fosse quello di precludere la via del ritorno al plotone, il resto della compagnia accorreva su Mendana, percorrendo il versante nord/est della dorsale per sottrarsi alle cannonate di monte Carli e del Sennsattel. Proprio da quest’ultima posizione, tuttavia, alcuni pezzi iniziavano dopo una mezz’ora un intenso fuoco a shrapnel che obbligava il reparto a ripiegare. Un posto avanzato stabile venne comunque lasciato su uno spuntone roccioso antistante cima Ciste, a q. 2142.

Nei giorni che seguirono, vi furono ancora modesti scontri nelle vicinanze: il 2 settembre, ad esempio, una pattuglia austriaca venne sorpresa presso malga Mendana e dei 4 componenti 2 furono catturati e 2 uccisi mentre tentavano la fuga; gli italiani comunque non insistettero, paghi della conquista del Ciste e del Salubio. Per le truppe imperiali questi combattimenti erano invece importantissimi: essi permettevano, impegnando costantemente gli esploratori avanzati avversari, di mascherare la sostanziale debolezza del proprio schieramento; ogni giorno guadagnato aumentava le possibilità di poter resistere sino all’inverno su quella linea che si era temuto di dover abbandonare già all’inizio del conflitto.

L’estate del 1916 andava esaurendosi ed il Ciste, conquistato dal btg Feltre, del Feltre divenne stabilmente la “casa”, o meglio la caserma: sulla sua vetta, ed attorno ad essa, iniziò a crescere una vera e propria cittadina d’alta quota fatta di baracche annidate tra le rocce, di caverne puntellate con i tronchi d’abete faticosamente trascinati dal bosco sottostante, di mulattiere selciate continuamente allestite e migliorate dai genieri alpini. Il versante orientale del monte brulicava di vita, nonostante il costante pericolo rappresentato dalle fiancheggianti postazioni dell’artiglieria austriaca su Pastronezze e, sempre a portata anche se oltre la Val Calamento, su Ziolera e Valpiana. Gli alpini si stavano preparando al duro inverno delle alte quote. Ma questa è un’altra storia, anzi, la prossima.