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COSTRUZIONE, EVOLUZIONE E SITUAZIONE ATTUALE DEL CAPOSALDO CAMPALE

Alla posizione montana dell’Agaro, nel contesto delle operazioni militari previste sul fronte del Trentino orientale durante la grande guerra, i piani strategici italiani attribuivano anticipatamente un ruolo di assoluto rilievo. Il notevole complesso dei lavori ivi eseguiti rappresentò invece uno dei più classici esempi di inutile dispendio di risorse, umane e materiali, su posizioni che mai in seguito vennero interessate da azioni belliche della benché minima entità.

La collocazione del monte, situato appena oltre il confine italo-austriaco ed a cavallo delle valli del Brenta e del Cismon a dominio del passo Brocon (dove transitava l’unica, all’epoca da poco completata, strada che permetteva agli austroungarici un rapido collegamento tra Valsugana e Primiero-Vanoi senza passare su territorio italiano), lo rendeva un obiettivo primario per truppe che avessero voluto attaccare la monarchia asburgica dall’area feltrina partendo dalla zona dell’altopiano di Lamon. Nel contempo, esso avrebbe potuto rappresentare un ottimo pilastro d’appoggio per la linea di resistenza italiana in prossimità del confine.

La zona compresa tra le valli del Brenta e del Cismon apparteneva all’estrema ala destra dello schieramento del V corpo d’armata italiano (incorporato nella 1^ armata- gen. Brusati) e proprio il generale Brusati, nelle direttive circa la linea di condotta da tenersi da parte delle truppe ai suoi ordini, non mancava di sottolineare quanto fosse essenziale, stante la gravità di un eventuale irruzione nemica in quest’area, che la difesa fosse mantenuta il più vicino possibile al confine e si appoggiasse al complesso fortificato noto come “sbarramento Brenta-Cismon”. Ma proprio nel settore Brenta-Cismon l’andamento della linea di frontiera e la particolare conformazione del terreno suggerivano, e di ciò era pienamente conscio anche il Comando supremo, alcune azioni locali di modesta portata, miranti a migliorare la situazione della difesa sui versanti meridionale e settentrionale della Valsugana: allo scoppio delle ostilità, a settentrione del Brenta era prevista l’occupazione della linea Col Balestrina (oggi Col della Cimogna) – monte Pasolin – Picosta – monte Agaro – Col della Remitta (all’epoca monte Remitte) – monte Totoga – monte Vederna, con ciò spingendosi sì in territorio avversario ma solo di quel tanto che era necessario per conferire maggiore resistenza allo schieramento, assicurandosi posizioni dominanti senza per questo allontanarsi eccessivamente dall’ombra protettrice delle opere corazzate esistenti presso il confine.

Risulterà ora oltremodo interessante esaminare la vantaggiosa situazione che si sarebbe venuta a creare per le truppe italiane del settore, una volta realizzato questo modesto progresso territoriale. Osserveremo innanzitutto che, in tali condizioni, l’effettuazione della prevista avanzata avrebbe consentito di assicurarsi il controllo della conca Tesina senza occuparla effettivamente ma interdicendola all’avversario, come la Valsugana, dall’alto delle forti posizioni di monte Pasolin, monte Picosta e monte Agaro; nel contempo sarebbe stata sbarrata, con l’occupazione del tratto di linea Picosta-Agaro-Remitte, la testata della valle della Senaiga, possibile via di irruzione nemica su Fonzaso e, successivamente, su Feltre e Primolano. Ancora, controllare Agaro e Remitte, con occupazione avanzata al Col degli Uccelli, avrebbe permesso di bloccare il passo del Brocon, togliendo agli austriaci l’unica via carrozzabile di collegamento diretto tra Valsugana e valle del Vanoi. La prevista creazione di robusti caposaldi, muniti anche di artiglierie di medio e grosso calibro, sulla linea Agaro- Remitte-Totoga-Vederna avrebbe garantito infine l’efficace sbarramento delle valli del Vanoi e del Cismon poco a monte della confluenza dei due torrenti e avrebbe permesso l’allacciamento con il tratto terminale del fronte della 1^ armata, che correva lungo l’impervia cresta monte Pavione-monte Ramezza-monte Cimonega-Piz di Sagron, fino ad avvolgere ad est l’austriaco passo di Cereda e ad allacciarsi, alla Croda Grande, con l’ala sinistra della 4^ armata.

Miglior risultato complessivo da questa modesta avanzata non si sarebbe potuto pretendere: il lieve aumento di lunghezza del fronte (rispetto al puro e semplice rispetto della linea di confine prebellica), che essa comportava, risultava infatti ampiamente compensato dal notevolissimo incremento delle potenzialità difensive di tutta la linea. Ma c’è un’altra valutazione che è indispensabile fare in merito alla progettata avanzata italiana nell’area di monte Agaro e nelle immediate adiacenze, che riguarda direttamente la sorte delle opere fortificate permanenti dello sbarramento presidiato dagli italiani appena dietro il confine.

Nel settembre 1914 avevano cominciato a giungere anche in Italia le notizie relative alla terrificante potenza dei pezzi di grosso calibro da 305, 380 e 420 mm austriaci e germanici, nonché ai devastanti effetti dei loro proietti sulle possenti fortezze francesi e belghe. Prima ancora dell’entrata in guerra del regno dei Savoia, tra gli strateghi del regio esercito ci si era posti il problema di come evitare che le batterie corazzate italiane, la cui protezione era stata studiata e predisposta contro colpi di medio calibro, seguissero la stessa sorte di quelle di Namur e di Liegi. La soluzione che si era fatta strada era la più logica, stanti la situazione e le possibilità operative italiane ed austriache dell’epoca e venne magistralmente espressa dal maggiore Dal Fabbro:

“Tenuto conto della estrema vicinanza delle nostre opere alla linea del confine, non restava da prendersi altro provvedimento all’infuori di quello di occupare fin dal primo momento e di sorpresa le posizioni dalle quali l’avversario avrebbe potuto offendere le nostre opere permanenti corazzate”. E il suggerimento fu effettivamente eseguito: tra il 24 ed il 25 maggio 1915 le truppe italiane della 15^ divisione si impadronirono, senza incontrare resistenza alcuna, delle posizioni potenzialmente pericolose per la Fortezza Brenta-Cismon. Tra queste, raggiunta il giorno 25, figurava la sommità dell’Agaro. Il 24 maggio 1915, primo giorno di guerra, vide rimanere immobili le forze italiane schierate nell’area dell’altopiano di Lamon e sul monte Coppolo, mentre nei settori adiacenti il dispositivo bellico si muoveva cautamente in avanti. Ma già il 25 maggio reparti della brg Abruzzi ed il btg alpini Feltre superavano il confine dell’impero asburgico anche in questa zona, portando gli avamposti sulla linea monte Pasolin- monte Picosta- monte Agaro- passo Brocon- Colle degli Uccelli- monte Remitte- monte Vederna. L’intero altopiano di Celado ed il passo Brocon erano quindi in mano italiana.

L’avanzata delle regie truppe continuò il 30 maggio con l’occupazione incruenta di Grigno e della conca del Tesino ed il 5 giugno ebbe termine il primo sbalzo offensivo, con un’ultima avanzata che nel sottosettore Lisser-Brenta portò gli italiani oltre Ospedaletto e nel sottosettore Vanoi-Cismon permise l’occupazione delle forcelle Magna e Regana, della stretta di Pralongo in val Vanoi e della forcella di Valsorda nel gruppo delle cime d’Arzon. Questa prima avanzata, praticamente incontrastata, delle forze italiane lungo la Valsugana, la valle del Vanoi e la val Cismon aveva indubbiamente arrecato notevoli vantaggi al dispositivo difensivo, che si poteva ormai appoggiare a robusti caposaldi montani.

Le operazioni, fino al 5 giugno, si erano svolte in piena sintonia con le direttive generali impartite dal Comando supremo prima dello scoppio delle ostilità e ribadite da Cadorna nell’ordine offensivo 246-G; del 27 maggio 1915, nel quale si esortavano le armate 1^ e 4^ ad un maggiore vigore offensivo onde trarre seriamente profitto dall’incompletezza dello schieramento avversario guadagnando quanto più terreno possibile e occupando subito quelle posizioni oltre confine, la cui conquista, quando il nemico avesse il tempo di portarvi adeguate forze, costerebbe a noi grossi sacrifizi . E proprio questo era il concetto che aveva determinato la tempestiva occupazione del monte Agaro, destinato inizialmente a divenire un potentissimo caposaldo della linea difensiva italiana. Sulla montagna iniziò immediatamente una frenetica attività fortificatoria, ad opera del presidio di truppe alpine e di reparti del genio che per prima cosa intrapresero la sistemazione di una strada d’accesso che permettesse di raggiungere l’area sommitale con salmerie someggiate e poi addirittura con autocarri. A tale scopo le regie truppe poterono avvalersi in parte dei lavori avviati dal nemico nel periodo prebellico. Già tra il 1912 ed il 1914 era stata infatti iniziata dagli austriaci la realizzazione di una strada per l’ascesa all’Agaro, che si svolgeva attraverso le falde Nord-Est del rilievo. Ma siccome i lavori di costruzione erano visibili da monte Coppolo, italiano, essi vennero abbandonati ed un nuovo tracciato fu ricavato, completamente al coperto, attraverso la falda occidentale della montagna. A guerra iniziata, il genio militare italiano, dopo l’incontrastata occupazione della conca del Tesino, ritenne conveniente e sicuro sfruttare il tracciato esistente, integrandolo con migliorie e tratti aggiuntivi che permisero rapidamente di muoversi agevolmente con mezzi meccanici fin sulle massime quote.

Assieme alla strada progrediva pure la realizzazione degli apprestamenti difensivi, che trasformò il sito in una imponente fortificazione campale, con profondi camminamenti in roccia, trincee ed avamposti parzialmente coperti da blindature realizzate con travi e terriccio, nonché baraccamenti in legno e in muratura realizzati in zone defilate al tiro nemico. Si pensò poi a munire l’opera con adeguate artiglierie: ancora il 20 giugno 1915 una batteria di 4 cannoni da 75 mm si installò in caverne sull’Agaro (assieme ad altre tre destinate ai monti Vederna, Picosta e Remitte), presto seguita, il 6 luglio, da una batteria di 4 cannoni di medio calibro da 149 mm, schierati allo scoperto. Tuttavia il rapido apprestamento della posizione, munita da subito di un’agguerrita e nutrita guarnigione, doveva ben presto rivelarsi inutile: sin dal primo giorno di guerra lo schieramento austriaco era stato ritirato sul crinale principale della catena del Lagorai per la decisione del Comando supremo asburgico di abbandonare in mano italiana il Primiero-Vanoi, il Tesino e l’intera Valsugana orientale sino a Levico.

ùLa prima linea italiana, sin dall’estate del 1915, si portò quindi molto oltre il vecchio confine: a metà agosto le regie truppe erano schierate sulla sponda sinistra del torrente Maso e per la fine del mese avevano raggiunto addirittura Borgo e i monti a nord del paese. Monte Agaro rimaneva indietro di chilometri, assolutamente impossibilitato ad intervenire con le sue artiglierie nelle azioni belliche, privato completamente del suo ruolo e della sua supposta importanza. Era dunque solo una questione di tempo perché le armi ivi postate venissero destinate ad altre posizioni. Già nel novembre 1915 il caposaldo dell’Agaro era completamente disarmato, anche se un modesto presidio vi rimase stabilmente, incaricato di mantenere in efficienza piazzole, baraccamenti, trincee e caverne. I cannoni da 75 e da 149 mm erano stati trasferiti nell’area di forcella Magna e tutta l’attività bellica nella zona Agaro-Brocon si ridusse all’ampliamento dei magazzini presso il valico e a malga Marande, per il rifornimento delle truppe operanti nel massiccio di Rava-Cima d’Asta-Tolvà. Solamente dopo l’inizio della Strafexpedition (l’offensiva austriaca del maggio 1916), i successi nemici iniziali nel settore di passo Cinque Croci e la conseguente minaccia verso forcella Magna indussero i comandi italiani a ritirare temporaneamente da lì la batteria da 149 mm, che tornò brevemente sulla cima dell’Agaro mentre la stessa veniva raggiunta anche da una teleferica di nuova costruzione. Ma fu un breve interludio, dato che la stabilizzazione del fronte permise ben presto di rischierare le armi sulle posizioni precedenti.

Il complesso fortificato campale rimase praticamente in disarmo sino all’aprile del 1917, quando una nuova batteria di 6 moderni cannoni da 149 mm a lunga gittata venne piazzata in appostamenti allo scoperto, pochi metri a sud della vetta. Ma anche queste armi vennero presto spostate in avanti, andando a rafforzare lo schieramento d’artiglieria della zona di Monte Mezza in previsione della battaglia dell’Ortigara nel giugno 1917.

Nell’autunno del 1917 monte Agaro aveva completamente perso qualunque efficienza bellica ed era stato privato praticamente di tutte le dotazioni militari asportabili: rimaneva in loco quanto non conveniva rimuovere o distruggere, in previsione di un ipotetico ed improbabile reimpiego in caso di crollo delle antistanti linee difensive. La montagna era infatti, almeno teoricamente, ancora inserita nella terza linea difensiva arretrata italiana, la cosiddetta “linea del ridotto” che nel tratto di nostro interesse passava dal Pizzo degli Uccelli al Col della Boia, scendendo poi a malga Marande per portarsi sull’Agaro e scendere infine al Col del Croato ed a monte Picosta. Il “ridotto” avrebbe dovuto costituire il baluardo difensivo destinato a permettere agli italiani di mantenersi sulle posizioni montane a nord del Brenta (proteggendo gli altopiani di Celado e di Lamon, nonché la conca del Vanoi) anche in caso di sfondamento austriaco lungo la Valsugana fino a Grigno e Tezze.

Con il crollo del fronte orientale italiano in conseguenza dello sfondamento di Caporetto iniziato il 24 di ottobre del 1917, il dilagare delle armate austro-germaniche nelle pianure friulane, nella Carnia e nel Cadore, impose un drastico ripiegamento anche allo schieramento del settore Brenta-Cismon: tutto il dispositivo difensivo italiano tra Valsugana e Val Cismon venne fatto arretrare, con una ritirata veloce durata pochi giorni (dal 5 al 13 novembre) sul massiccio del Grappa. In questo complesso ripiegamento il monte Agaro, completamente sguarnito di apprestamenti e privo di qualunque presidio stabile, non venne neppure preso in considerazione per una ipotetica resistenza di retroguardia e cadde senza colpo ferire in mano austriaca il 10 novembre 1917, concludendo ingloriosamente la sua irrilevante parabola bellica.