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La storia di questi battaglioni costituisce un capitolo delle vicende belliche con protagonisti un folto gruppo di soldati trentini e friulani, che facevano parte dell’esercito austro-ungarico nella guerra del 1915-18 e che furono prigionieri in Russia.

Nel gennaio 1915 lo zar Nicola II si accordò con il governo italiano per il rimpatrio di tutti i soldati trentini loro prigionieri, che erano considerati cittadini italiani, seppure irredenti. I prigionieri erano disseminati un po’ dovunque nella sterminata Russia e si iniziò concentrandoli in un unico campo a Kirsanoff, che divenne il campo delle illusioni e delle speranze perdute. Un primo scaglione di un centinaio di uomini, tra i più deboli e malati, fu imbarcato a Vladivostock, sbarcarono a San Francisco, attraversarono tutti gli Stati Uniti per reimbarcarsi a New York e sbarcare il 27 giugno del 1918 a Genova, dopo aver compiuto l’intero giro del mondo. Circa 6.000 furono rimpatriati: imbarcati ad Arcangelo, via Mediterraneo Artico – Mare di Norvegia – Mare del Nord rientrarono in Italia. Un secondo contingente fu bloccato dai ghiacci ad Arcangelo, dovette tornare al campo di Kirsanoff e le partenze furono sospese. Fu intrapresa allora la via per la Siberia, Mongolia, Cina.

Il trattato tra Russia e Germania conclusosi a Brest-Litowsk nel marzo 1918 e le precedenti vicissitudini della rivoluzione russa bloccarono non solo la raccolta dei prigionieri, ma avevano creato gravi problemi nella strategia della Seconda Intesa. Le potenze alleate contro gli imperi centrali avevano concentrato considerevoli forze ad Arcangelo e a Vladivostok e determinarono di unirle a rinforzo dei Russi Bianchi rimasti fedeli allo zar, onde ottenere la riapertura del fronte russo contro la Germania e l’Austria. L’Italia volle unirsi all’impresa e formò a Torino nell’agosto del 1918 un corpo di spedizione da unire a quelle truppe. Questi avvenimenti sorpresero a Tientsin gli italiani, già prigionieri in Russia e tra costoro fu costituito un corpo di volontari organizzato nei famosi Battaglioni Neri, così chiamati dalle mostrine il cui colore nero significava l’oscurità del destino cui andavano incontro. Questi soldati, inquadrati nella Legione Redenta di Siberia, furono uniti ad Alpini provenienti dall’Italia per costituire il Corpo di spedizione italiano in Estremo Oriente con base a Tientsin. Questo corpo di spedizione combatte nell’estate 1919 per mantenere attiva la ferrovia transiberiana in Manciuria, che serviva agli Alleati per approvvigionare i “Bianchi” russi contro i Sovietici.

La Concessione italiana di Tientsin era un territorio in Cina occupato colonialmente dal Regno d’Italia tra il 1901 e il 1943. Fu ottenuta dall’Italia dopo la spedizione internazionale per la Rivolta dei Boxer nel 1901 in cui fu presente un Corpo di spedizione italiano in Cina. Fu garantito al Regno d’Italia, come alle altre potenze straniere, una concessione commerciale nell’area della città di Tientsin (l’odierna Tianjin) in Cina. La Concessione italiana, di 46 ettari costituita da un terreno lungo la riva sinistra del fiume Hai-Ho (Pei-ho) ricco di saline, con un villaggio e un’ampia area paludosa adibita a cimitero, fu una delle minori concessioni fatte dal Celeste impero alle potenze europee. Negli ultimi mesi della Prima guerra mondiale arrivarono alla Concessione italiana di Tientsin circa 900 militari “irredenti” (ossia soldati di etnia italiana originari dall’Impero Austro-ungarico, principalmente dal Trentino circa 600 e dalla Venezia Giulia-Dalmazia), provenienti dalla Russia sconvolta dalla guerra civile tra zaristi e comunisti di Lenin. Renzo Francescotti in un suo editoriale dal titolo “I Battaglioni Neri in Siberia” così scrive: “Su richiesta dell’ammiraglio russo Kolciàk i “Battaglioni Neri” entrarono in azione nel maggio del 1918 con il compito di liberare dalle forze bolsceviche una zona a sud della Transiberiana, presidiata da 6000 soldati sovietici. Il corpo delle truppe controrivoluzianarie comprendeva 3400 russi, 1800 cecoslovacchi e 1350 italiani. Si calcolava che l’operazione non dovesse durare più di dieci, quindici giorni. Ma le cose, come vedremo, andarono ben diversamente. Le truppe alleate comandate dal sanguinario colonnello russo Romerof si resero responsabili di una campagna terroristica contro la popolazione civile. Il trentino Giacomo Bazzani, membro del C.S.I. (Comando Supremo Interalleato) in Siberia, storico della vicenda degli irredenti scrive di malaugurata avventura che li fece assistere alle più inumane vendette perpetrate dal crudele colonnello Romerof, ma nella quale essi tennero alto il decoro italiano, astenendosi da ogni eccesso e portando nei momenti più critici, specialmente per bocca del loro generoso capo, la voce dell’umanità…”. Si riferiva alla Missione Ferraris, un gruppo di tredici soldati italiani che seguirono le truppe comandate da Romerof in operazioni a nord della Transiberiana. Quanto alle operazioni a cui parteciparono i soldati italiani esse si rivelarono alla fine un sostanziale fallimento, la campagna avrebbe dovuto durare una decina di giorni. In effetti durò un mese e mezzo, dal 15 maggio al 30 giugno. L’obiettivo di liberare quel territorio dalla presenza dei bolscevichi non fu raggiunto, i partigiani russi riuscirono a sganciarsi, infliggendo perdite al nemico che si sfogò contro la popolazione inerme, incolpata di aver appoggiato i partigiani russi. Ricordiamo i volontari trentini del Perginese, di Civezzano, di Tenna e di Vignola che fecero parte dei Battaglioni Neri. Tra i graduati:

1. Moser Guido di Carlo, 1893-Pergine, sottotenente

2. Comper Enrico fu Francesco, 1889-Pergine, sergente

3. Gadotti Romano di Vittorio 1891-Civezzano, caporalmaggiore, caduto nel 1919

4. Oss Rolando di Antonio, 1895-Pergine, caporalmaggiore.

Tra i soldati:

1. Anderle Giovanni di Giovanni 1896-Pergine

2. Andreatta Giacomo di Bortolo 1892-Civezzano

3. Conci Pietro fu Basilio 1886-Nogaré

4. Debiasi Lorenzo di Lorenzo 1895-Civezzano

5. Dellai Arturo di Giuseppe 1889-Pergine

6. Dellapiccola Mario di Giuseppe 1896-Pergine

7. Dorigoni Luigi di Giovanni 1896-Civezzano

8. Facchinelli Enrico di Giacomo 1896-Civezzano

9. Facchinelli Giuseppe di Andrea 1893-Pergine

10. Fedrizzi Domenico di Giovanni 1896-Roncogno

11. Filippi Enrico fu Giuseppe 1891-Pergine

12. Fronza Tullio di Emanuele 1894-Civezzano

13. Fruet Abele di Antonio 1890-Roncogno

14. Fruet Emilio di Tomaso 1894-Pergine

15. Girardi Emilio di Emilio 1887-Pergine

16. Girardini Gioachino fu Agostino 1894-Pergine

17. Gozzer Francesco fu Francesco 1897-Pergine

18. Laner Eduino fu Francesco 1892-Pergine

19. Lazzeri Celeste di Domenico 1896-Vigalzano

20. Liberi Carlo fu Clemente 1880-Pergine

21. Moser Domenico di Domenico 1887-Vignola

22. Motter Albino di Giuseppe 1895-Tenna

23. Oss Emer Luigi di Stefano 1895-Pergine

24. Plancher Emilio di Francesco 1895-Pergine

25. Sartori Giuseppe di Celestino 1887-Pergine, caduto nel 1919 e sepolto a Krano Jark (Siberia)

26. Toldo Alfonso di Beniamino 1891-Susà

27. Zanei Anselmo fu Bniamino 1895-Vigalzano, caduto nel 1918

28. Zanei Giorgio fu Michele 1891-Vigalzano, caduto nel 1919 durante uno scontro, morì affogato nell’attraversamento del fiume Manna, largo 150 metri, il 10 giugno 1919, nell’avanzata del corpo di Spedizione nella foresta della Tajga (Siberia).

Arturo Dellai (1889-1973), dopo il servizio di leva di 3 anni dal settembre 1910 al settembre 1913 prima a Mezzolombardo e poi a Merano, ha tenuto un diario di 136 pagine dal 1914 al 1920 nel quale scrisse che dopo un anno nel luglio del 1914 fu richiamato e, dopo il giuramento il 2 agosto in Piazza Fiera a Pergine, partì per Trento e, assegnato al III Reggimento Cacciatori Kaiserjäger 14^ compagnia, al pomeriggio del 3 agosto partì con la tradotta per Bolzano. Ricorda che sul treno cantavano la canzone dei coscritti: “Coraggio coscritti al fronte se va en Russia e i ne manda lontani da ca, te saludo Maria, l’è la vita del soldà”. Da Bolzano in Austria ad Hall (vicino a Innsbruck) dove restò fino al 14 agosto e poi fino a Leopoli (Ucraina) dove arrivò il 19 agosto.

Nel suo diario Arturo scrive che il 31 agosto 1914 è a Rawa Ruska a circa 30 Km da Leopoli e il 15 settembre, ferito alla gamba destra e altre ferite al capo, è prigioniero dei russi in un ospedale a Brody e il 18 settembre viene portato all’ospedale militare di Kiev, dopo aver conosciuto il signor Avanzo di Cinte Tesino che conosceva il russo. Rimossa dalla gamba la “patrona”, Arturo viene dimesso dall’ospedale il 3 marzo 1915 e portato al campo di prigionia nei dintorni di Kiev, dove incontra numerosi perginesi: Luigi Dorigoni, Enrico Comper, Arcangelo Angeli, Leopoldo Frisanco, Domenico Zanei, Luigi Oss Emer, Gioachino Girardini, Visintainer Giuseppe, Enrico Brugnara, Francesco Martini, Giuseppe Valcanover, Giuseppe Oss, Rolando Roat, Giovanni Postai, Camillo Fontanari, Facchinelli Enrico di Civezzano, i fratelli Angeli di Ischia, Motter di Tenna, Eduino Zanei, Alfonso Toldo, Giuseppe Sartori, Eduino Laner, Giorgio Zanei, Emilio Girardi, Carlo Liberi. Di questi alcuni faranno poi parte dei Battaglioni Neri.

Dal diario di Arturo: “Gli ufficiali russi ci promettono che presto ci rimandano in Italia, basta firmare un foglio e dire di essere italiani. Io con altri perginesi firmo il foglio e aspetto di essere mandato in Italia. Ma il tempo passa e non succede niente, la vita scorre tranquilla fra i campi e i contadini che sono brava gente anche molto di religione. Il 2 settembre 1915 Arturo fu trasferito da Kiev a Rostov in Crimea sul Mar d’Azov dopo 2 giorni di viaggio in treno e iniziò a lavorare in miniera. Nel mese di dicembre subì un congelamento al piede destro e all’ospedale di Rostov gli vennero amputate quattro dita. Il 15 febbraio 1916 ritornò al campo di Kiev dove restò fino al giugno 1916. Il 19 luglio 1916 viene al campo una missione italiana e ci assicura della prossima partenza per l’Italia”. Il 24 settembre 1916 Arturo è sul treno diretto a Mosca con altri perginesi: Comper, Dorigoni, Anderle, Plancher, Oss Emer, Girardini; si arriva il 15 ottobre 1916. Il 15 gennaio 1917 Arturo arrivò a Kirsanov. Sono più di 2000 i prigionieri italiani.” Al campo di Kirsanov in luglio arrivano altri irredenti. Tra questi c’è Giovanni Anderle e il cadetto Moser (Guido Moser, figlio di Carlo, Podestà di Pergine) e siamo circa una ventina di perginesi”.

Nel diario di Arturo si accenna che durante il mese di ottobre succedono strane manifestazioni fra la popolazione russa e che scoppia una guerra civile tra i Russi (rivoluzione di ottobre 1917). “Tutti noi irredenti rimaniamo fermi in Russia a Mosca fino al 28 dicembre 1917. Finalmente nel gennaio del 1918 arriva l’ordine di partire verso la Siberia e in Manciuria. Il 15 febbraio 1918 arrivo a Tientsin dove siamo messi nel “Battaglioni Neri” facente parte del Corpo di spedizione italiana in Estremo Oriente. Il 6 maggio 1918 sono a Pechino a suonare nella banda militare della Marina. Giovanni Anderle con il risciò in Cina. Verso la fine del mese (settembre 1918) facciamo le manovre perché si sente dire che dobbiamo di nuovo combattere, non so proprio contro quale nemico. Circola la voce che si deve combattere contro i Bolscevichi. Il 23 ottobre viene l’ordine di partire verso Kharbin. Gli ufficiali ci dicono di tenerci pronti per andare in aiuto dei russi contro i Bolscevichi. Porca miseria di nuovo imbarcati sulla transiberiana verso la Siberia proprio nei mesi più freddi, altro che ritorno in Italia! Il 9 novembre di sera si parte per la Siberia, il 17 sono a Irkutsk, il 21 a Krasnoyarsk ho fatto la stessa tradotta di un anno fa attraverso la steppa della Mongolia con un freddo polare. Il 14 novembre ci danno la notizia che la guerra tra Austria e Italia è finita. Trento e Trieste sono passate all’Italia. La notizia porta una delusione a tutti gli italiani, perlopiù Trentini, Triestini e Giuliani. Quasi mi pento di aver firmato quel maledetto foglio che ci prometteva di arrivare in Italia. L’Italia forse ci ha abbandonati, non so proprio cosa ci facciamo qui in Siberia così lontani dall’Italia. Si deve combattere con gli amici russi contro i Bolscevichi, ma qui non si vede nessuno e il freddo polare non ci permette di uscire dalle baracche. Quando si fa la guardia non si resiste al freddo e bisogna cambiare il turno ogni mezz’ora. A me, per via del piede, è permesso restare in caserma a fare il cuoco. A Nadal è il quinto anno che passo lontano da casa sul fronte. Sono sfinito e giù di morale. Qui a Krasnoyarsk c’è una calma che non si capisce, non si vede nessun nemico e nessun segno di guerra. Durante il mese di febbraio (1919), per fare qualcosa di diverso, siamo nei boschi vicini a caccia di orsi e lupi, molto numerosi in questo periodo. Il Nane (Giovanni) Anderle ha preso un piccolo orso che lo scorta in baracca e lo teniamo come portafortuna”.

Arturo continua il suo diario: “il 27 agosto 1919 è di nuovo a Tientsin, poi a Pechino a suonare con la banda della marina. Finalmente il 26 novembre arriva la nave Nippon e verso la fine di dicembre si parte: 1 gennaio 1920 sono a Singapore (800 miglia), 7 gennaio a Colombo (1600 miglia), 16 gennaio Aden (2100 miglia), 21 gennaio Suez (1300 miglia), Porto Said, Mediterraneo, 27 gennaio Brindisi (1190 miglia), 2 febbraio Trieste (400 miglia). Il viaggio è finito: durata 48 giorni, 9400 miglia, ma finalmente sono quasi arrivato. Il 20 febbraio viene al campo il Cesare (fratello di Arturo), il 3 marzo sono in viaggio per casa assieme al Cesare e altri di Pergine. Il pomeriggio sono di nuovo finalmente a casa”. Con queste ultime righe del diario di Arturo termina il nostro amarcord dedicato ai Battaglioni Neri.