13 NOVEMBRE 1917 GENIERI ALL’OPERA IN VALSUGANA: LA DEMOLIZIONE DELLA TAGLIATA SCALA E DELLA BATTERIA FONTANELLE PRESSO PRIMOLANO
Un capitolo fino ad oggi semisconosciuto della cosiddetta “battaglia di retroguardia”, combattuta dalle truppe di copertura del XVIII° Corpo d’Armata, lungo le valli del Brenta e del Cismon durante la ritirata del novembre 1917 è rappresentato dalla distruzione delle opere fortificate ottocentesche note come Tagliata della Scala e Batteria Fontanelle, presso Primolano. Il recente reperimento di inedite fonti archivistiche italiane ed austriache ha colmato soddisfacentemente la lacuna, permettendo di ricostruire in maniera dettagliata la vicenda mediante testimonianze dirette dall’una e dall’altra parte del fronte.
Nel primo mattino di quel nebbioso 13 novembre 1917, le ultime squadre di fucilieri alpini del Monrosa, incaricate della protezione dei drappelli del genio, si trattennero nella conca di Primolano fin oltre le ore 8.00 onde garantire il brillamento delle cariche di demolizione approntate all’interno della tagliata della Scala e della batteria Fontanelle. Coordinava le operazioni il capitano Gualtiero Castellini, che il 14 novembre, in una sua lettera alla famiglia, così si esprimeva: “Eccoci ai piedi delle posizioni che dovremo occupare e tenere e spero fino all’estremo. Un po’ storditi ma pieni di fede. E con l’animo ai molti perduti in questa odissea che rimarrà nella storia, in cui la colonna Piva fu la retroguardia di un’Armata. Cara mamma non immaginerete mai il lavoro e lo struggimento di questi giorni. Ieri abbiamo fatto saltare con Taddei tanti bei forti nostri. L’innesco delle cariche avvenne alle ore 8.10 ad opera degli zappatori della 114° comp. agli ordini del ten. Sburlati che dal 10 novembre erano aggregati alla colonna Streva, quindi genieri ed alpini si allontanarono di corsa, inseguiti da rade schioppettate delle avanguardie imperiali. Le deflagrazioni, che arrecarono gravi danni all’opera Fontanelle demolendo buona parte delle strutture interne, alla tagliata Scala devastarono soprattutto il fronte di gola, prospiciente il cortile interno… Cariche minori fecero inoltre crollare i solai delle casematte del primo piano”.
L’occupazione materiale delle due vecchie fortezze spettò ad un oscuro reparto di fanteria della riserva ungherese, il battaglione IV/37° che dall’estate 1915 all’ottobre 1917 aveva difeso i valichi del Lagorai orientale dapprima nelle fila della 55^ Gebirgsbrigade e poi nella 1^ Gbrg. Dal carteggio collettaneo conservato al Kriegsarchiv di Vienna e contenente i “Gefechtsberichten” della 1^ brigata da montagna relativi al novembre 1917 è possibile ricostruire con alcuni dettagli il punto di vista austriaco su quei lontani avvenimenti. Al momento di tallonare le regie truppe in ritirata dalle prime linee, il IV/37° era stato avviato dalla val Campelle per forcella Magna verso il Tesino e tra 10 e 12 novembre aveva occupato il ciglione dell’altopiano di Celado attestandosi a q. 1474 (q. 1472 per gli italiani) subito a nord dei Casoni di Campo, in previsione dell’attacco al forte Leone su cima Campo. Sfiniti per i tre giorni di marcia forzata inframmezzati da scontri di pattuglie, nonché scarsamente entusiasti di rischiare la vita per accelerare un ripiegamento italiano che si stava comunque verificando, i fanti ungheresi si erano ben guardati dal protestare quando nel pomeriggio del 12 il loro comandante, Mayor Guha, aveva dichiarato l’impossibilità di pretendere immediati ed ulteriori sforzi dalla truppa. Onore ed onere dell’attacco al forte corazzato erano pertanto ricaduti sui bistrattati Standschuetzen del btg Meran (120 fucili) e sui Landsturmern del K.K. Tiroler Landsturmbaon n°1 (180 fucili) oltreché su una mezza sezione mitraglieri del 3/26° I.R. Solo una Sturmpatrouille del IV/37° prese parte allo scontro, che si concluse poco dopo le 18.00 con la perdita di 20 caduti e 50 feriti dalla parte austriaca. Una volta espugnata l’opera, al reparto era stato richiesto dapprima di occuparsi dei prigionieri, che la sera stessa vennero sfamati ed avviati verso il Tesino, e successivamente di procedere all’occupazione ed al rastrellamento di Col dei Barchi, in previsione, il dì successivo, di un tentativo d’aggiramento del fianco destro dello sbarramento di Tezze calando da nord su monte Sorist e sulle opere delle Fontanelle e della Scala.
Il 13 novembre, dopo un inquieto e gelido riposo all’addiaccio a quasi 1300 mt di quota in località Spianiseghe, presso Col dei Barchi, le compagnie iniziarono di prima mattina la accidentata discesa verso la Sella di Fastro: la sottostante strada Primolano-Arsié appariva deserta di truppe ma disseminata di materiali d’ogni genere, abbandonati dagli italiani nella frenetica ritirata. Verso le 7.00, il maggiore Guha schierò le sue forze per l’attacco ai forti, pur contando sull’assenza di significative resistenze: il grosso del battaglione, comando ed una compagnia, avanzarono fino alle case Sorist di fronte alla batteria Fontanelle ancora protetta da una doppia fascia di reticolati ancorati a paletti in legno piantati nel terreno completamente scoperto; sulla sinistra, una compagnia scesa su Solivo girava per giungere alla rotabile principale tra le frazioni di Fastro e Posterno. Un paio di plotoni avrebbero infine garantito fuoco di copertura dalla destra, provando anche a raggiungere il ciglio roccioso sotto il quale sorgeva la batteria principale della tagliata Scala. Un’ultima compagnia venne invece mandata all’indietro, in direzione ovest-nord/ovest, lungo la mulattiera Sorist-Fontanelle, per cadere sul fianco dei difensori dello sbarramento di Tezze (mancavano infatti notizie delle forze della 181^ Inf. Brigade, che ancora stazionava tra Tezze e Grigno senza assumere alcuna iniziativa offensiva dopo la piccola batosta inflittale dagli esploratori della brg Aosta il giorno 10). Le truppe erano, a questo punto, veramente esauste e le loro dotazioni tecniche quasi inesistenti, come del resto le residue razioni alimentari: quasi tutto il materiale era rimasto infatti con il carreggio in Celado o addirittura in Tesino. Quasi azzerate, salvo tre cassette, erano le scorte di bombe a mano e il plotone pionieri disponeva di sole 7 pinze tagliafili pesanti; anche per l’unica sezione mitragliatrici, che con i suoi muli aveva potuto seguire i fanti nella discesa notturna, scarseggiavano le munizioni. Mancava del tutto qualsiasi appoggio d’artiglieria. Ma l’avversario non aveva alcuna intenzione di opporre la benché minima resistenza: tutto quello che chiedeva era di demolire e fuggire. Il resoconto degli avvenimenti, da ambedue le parti, appare come la deformata enfatizzazione di una scaramuccia irrilevante al termine della quale tutti erano rimasti soddisfatti: gli italiani per la demolizione delle opere, gli austriaci per la cattura delle stesse, sia pure danneggiate.”
Alle 7.20 – scrive il maggiore Guha nella relazione redatta due giorni dopo, in data 15/11/1917 viene dato l’ordine d’avanzata: la compagnia di sinistra riuscì in 20 minuti a penetrare in Pusterno e subito dopo in Fastro senza incontrare resistenza e anzi catturando un nucleo di 7 alpini sbandati del 6° reggimento Val Brenta nascosti in una stalla. Lì la compagnia rimase, in attesa di fermare il presidio italiano se avesse provato a ripiegare verso il piccolo villaggio di San Vito arroccato sopra una panoramica prominenza. I due plotoni di destra arrivarono invece faticosamente fino alla casupola (Hütte, n. d. T.) che sorge nel prato a mezza strada tra il forte superiore e quello inferiore, ma lì vennero raggiunti da fuoco di fucileria probabilmente proveniente dalla poterna blindata (1 morto, soldato Dollmann, e 4 feriti) e dovettero ripiegare dietro l’edificio. Proprio allora (ore 7.40) avanzò il fronte centrale con un potente Hurrà e s’iniziò il taglio dei reticolati esterni. Alcune fucilate risposero dalla torre (Thurm, n. d. T.) ma il fuoco durò qualche minuto solamente. Poi tutto tacque. Da una pattuglia che finalmente sulla destra era riuscita ad arrivare all’orlo della rupe arrivò la notizia che alcune decine di italiani stavano fuggendo lungo la strada che scende a Primolano, mentre reparti più consistenti erano già in ripiegamento sulla strada imperiale a fondovalle e bruciava la stazione ferroviaria con i magazzini. Gli assaltatori erano davanti al reticolato, ammassati e facile bersaglio se il nemico avesse deciso di opporre resistenza ma nessun colpo si poteva udire. Finalmente l’Oberjäger Sekullic riuscì con tre uomini ad aprire un varco completo nello sbarramento reticolato: passando dinanzi alle cannoniere vuote della batteria, dove il terrapieno si apriva per il campo di fuoco, riuscì a girare dietro l’opera per penetrare nel fossato a lato del ponte levatoio (Aufzugsbrücke, n. d. T.). Per il timore che una brutta sorpresa attendesse i miei fanti feci fermare gli uomini che volevano irrompere immediatamente nel fossato frontale. Proprio mentre erano tutti in piedi per fortuna al riparo del terrapieno, una tonante esplosione diede inizio agli scoppi. Le esplosioni avvennero all’interno della batteria Fontanelle le cui casamatte in pietra furono seriamente danneggiate. Morti 2, Oberjäger Sekullic e soldato Bohr rimasti sotto i detriti dell’esplosione nel fossato. Feriti 2, leggeri. Le pattuglie sulla destra catturarono tre italiani alla poterna blindata, che confermarono essere stata minata e demolita l’opera Fontanelle da truppe con le quali avevano perso il contatto. Contemporaneamente a queste esplosioni gli italiani hanno fatto saltare in aria anche la tagliata Scala, dove il danno è però contenuto, e la strada tra l’opera inferiore ed il villaggio. Il reparto, per ordine superiore, inviò i prigionieri a Castello Tesino (Relazione sul combattimento di Fastro – 13 novembre 1917 e Oesterreichische Staatsarchiv/Kriegsarchiv, Wien)”. Alle ore 8.20 un dispaccio del maggiore Guha informava laconicamente il comando della 1^ brigata da montagna che: “L’opera fortificata di Primolano è saltata in aria con tutti i depositi munizioni. E’ stato interamente demolito il ponte (sulla strada Primolano-Enego, n.d.A.). Altri notevoli scoppi sulle rotabili per Enego ed Arsié in corrispondenza di alcune curve”.
Non troppo diversa fu l’impressione di drammaticità che lo scontro presso la sella di Fastro evocò nella controparte italiana. Il ten. Sburlati ed il suo drappello di genieri della 114^ comp. zappatori, rientrati nottetempo a Primolano dallo sbarramento di Tezze ed incaricati dal capitano Castellini del brillamento dell’opera della Scala, non ebbero modo di scontrarsi in tale frangente con gli spossati veterani del magg. Guha, limitandosi a perfezionare il posizionamento delle cariche ed a collocare gli inneschi. Tutto filò liscio, come attestato dalla lunga relazione, controfirmata anche dal suo superiore capit. Castellini, con la quale due giorni dopo l’ufficiale rendeva conto al col. Abele Piva delle operazioni di quel triste mattino: “Secondo l’ordine di cui al fonogramma del Col. Streva delle ore 3.30, per le ore 6.00 facevo rientro con gli zappatori ed i ten. Della Marta sig. Rino e Sanna Sig. Amedeo all’opera della Scala dove il brigadiere dei R.R. C.C. mi consegnava le disposizioni della S.V. per la demolizione da attuare entro le ore 9.00 del mattino e le cui cariche erano già state predisposte. In considerazione della estensione dell’area destinata al brillamento (le opere superiore ed inferiore distano diverse centinaia di metri l’una dall’altra e si trovano a quote diverse) affidai subito al s.ten. Della Marta un drappello di dieci zappatori ed un maresciallo per provvedere all’innesco delle cariche di demolizione all’opera Fontanelle, accordandomi in qualunque evenienza per ritrovarci al ponte della strada imperiale sul Cismon. A protezione del drappello, saliva all’opera Fontanelle anche una squadra d’alpini della 134^ compagnia del Monrosa agli ordini di un sergente. Con i miei zappatori rimasero invece alla Scala 15 alpini ed un caporale. Al comando della batteria mi fu mostrato lo schema delle cariche e il reticolo delle micce, avendone in impressione una dispersione eccessiva delle cariche, già forse insufficienti, in tutta l’opera. Almeno due cassette di gelatina esplosiva (in cartucce da 100 grammi) erano ancora a disposizione dopo il caricamento dei fornelli previsti, ma dopo aver ascoltato anche l’opinione del sergente Azzani e del cap. magg. Vassallo, ambedue esperti minatori, ordinai di concentrare le cariche a disposizione in pochi punti importanti dell’opera. Vennero pertanto recuperate quasi tutte le cartucce posizionate nelle casematte trasversali, tranne che in prossimità del transito stradale, come pure quelle posizionate all’inizio del camminamento coperto per l’opera alta. Dato lo spessore della muraglia frontale (almeno 3 metri), le cariche furono concentrate sui pilastri di forza interni e sui solai. Non vennero predisposte demolizioni nel laboratorio polveri nel cortile interno, come pure alla cisterna. Il laboratorio polveri sarebbe stato incendiato con latte di petrolio. Alle ore 6.45 tutto era pronto per il brillamento, che per ordine del capitano Castellini dovette essere eseguito anticipatamente sull’orario previsto per l’improvvisa comparsa delle avanguardie avversarie alle pendici di Col dei Barchi. Alle 7.45, dopo aver concordato con il caporale degli alpini la riunione alla chiesa di Primolano, diedi personalmente l’ordine d’accensione, allontanandomi poi con gli zappatori. Le esplosioni avvennero regolarmente e, confido, efficacemente. Subito dopo, ad opera del sergente Azzani, furono brillate le mine predisposte nella scarpata stradale al primo tornante della strada Primolano-Fastro, che ebbero effetto ben visibile allo scrivente: l’intera massicciata fu interrotta per una lunghezza di almeno 30 metri. Si sconosce qualunque notizia circa la sorte del s. ten. Della Marta e dei genieri ed alpini al suo seguito, che non furono visti nemmeno dal comandante del batt. Monrosa e si ritiene abbiano ripiegato sulla Valbrenta per altra via. Le autocarrette del magazzino del genio a Cismon attendevano al ponte della Piovega di Sopra, già minato”. (Ten. Sburlati) “Alle 9.30 dello stesso giorno, quindi nemmeno un’ora e mezza più tardi, lo Sburlati ed i suoi zappatori erano già all’opera sulle cariche di demolizione all’interno della tagliata del Tombion!”.
Ben diversa fu invece l’esperienza fatta dal gruppo di genieri inviati a far brillare la batteria Fontanelle, nessuno dei quali scampò alla cattura. Solo alcuni estratti dal verbale dell’interrogatorio cui venne sottoposto a fine guerra, al rientro dalla prigionia, l’ufficiale in comando, s.ten. Della Marta, getta un po’ di luce sull’episodio.” Centro di raccolta prigionieri liberati n° 3 – Sottocentro C/ 5° Battaglione/ 26^ Centuria Oggetto: relazione circa l’azione in cui avvenne la cattura del S. ten. Della Marta sig. Rino, da interrogatorio d.d. 16 dicembre 1918. Il sottoscritto sottotenente Della Marta Rino, del 59° batt. Zappatori, 114^ compagnia, aggregato al batt. Monrosa , fu catturato a Col del Gallo alle ore 15.00 circa durante la ritirata del 13 novembre 1917, mentre per la strada Fastro- Sella di Val Nevera- Col del Gallo- Casere- Tombion tentava di riunirsi al distaccamento di copertura in ripiegamento lungo la Valbrenta. Avendo il nemico nel primo mattino del 13 appalesato l’intenzione di impadronirsi delle opere di Primolano premendo dal lato di Valsugana (sbarramento di Tezze ove lo scrivente si trovava la notte sul 13) e calando dal Col dei Barchi con forze ingenti, il capitano Castellini dal caposaldo Fontanelle rinviava all’alba a Primolano tutte le truppe del Genio (2 drappelli) con l’ordine di preparare la demolizione delle tagliate e della batteria superiore. Preciso che non avevo al mio comando uomini del mio vecchio plotone, comandato in servizio urgente il giorno 11 sulla strada di Enego. Il ten. Sburlati, ufficiale in comando, mi ordinò il brillamento delle cariche alla batteria Fontanelle, vecchia costruzione sovraimposta alla tagliata Scala e pienamente in dominio del costone sud-orientale del Colle dei Barchi. L’opera si raggiungeva con faticosa salita attraverso una lunga scalinata protetta, quasi una galleria, attraverso cui fu possibile giungere al coperto all’interno del forte poco prima delle ore 7.00. Lì trovammo tutto predisposto, dovendo solamente verificare la gelatina ed il Trotyl delle cariche ed innescarle. Poco dopo le ore 7.00 però, mentre davo istruzioni per le operazioni di brillamento nella gola dell’opera, da una vedetta appostata sulla copertura furono avvistati e presi di mira grossi nuclei nemici in discesa a poche centinaia di metri a nord-ovest i quali, i più vicini, vistisi scoperti aprirono una violenta scarica ma inefficace di fucileria. Diedi ordine alla squadra degli alpini che mi erano stati aggregati di appostarsi e di rispondere al fuoco da dietro le feritoie, per ottenere il tempo minimo necessario per completare i preparativi in pochi minuti. Altri alpini li mandai indietro, alle feritoie della scalinata, per proteggere la via della ritirata che pareva minacciata da ovest. All’accensione delle micce tutti ci allontanammo ma non fu possibile rientrare alla tagliata inferiore perché si udivano già le fucilate all’interno della scalinata e fummo perciò quasi tutti costretti ad utilizzare la via degli autocarri, fino al bivio per Primolano e Fastro, donde proseguimmo per un villaggio (S. Vito, frazione d’Arsié, n. d. a.), inerpicandoci poi nel bosco. Per quello che si poté vedere all’istante delle esplosioni, le cariche agirono come previsto. Una grande colonna di fumo si innalzava da dietro il terrapieno e ben presto anche la tagliata Scala venne fatta saltare. Ma il terreno rotto ed assolutamente sconosciuto impediva di procedere rapidamente. Dopo molto tempo nel bosco venne incontrata la strada che saliva alla Sella di Val Nevera e da lì a Col del Gallo. Alcuni alpini e un sergente che diceva di essere nato ad Arsié arrivarono poco dopo lungo la strada medesima, assieme ad un tenente di artiglieria della 17^ divisione che, conoscendo la zona, mi trattenne ed iniziò a raccogliere e indirizzare gli sbandati nel primo pomeriggio. Ma intorno alle 15.00 da due opposte direzioni arrivarono in numero preponderante gli austriaci che, circondatici, ci obbligarono a deporre le armi. Noi ufficiali e i soldati illesi fummo condotti immediatamente ad un comando di battaglione, ove avemmo il vitto e io fui interrogato. Poi fummo avviati verso Arsié, quindi ad un campo prigionieri presso Feltre. Da Feltre, tre giorni più tardi, fui condotto prima a piedi e poi in carretta a Primolano, Borgo, Levico e Trento dove rimasi per due giorni chiuso nel castello per nuovo interrogatorio. Quindi, in treno, fui portato a Bolzano da dove partii il 27 novembre assieme ad altri 9 ufficiali catturati tutti nella ritirata dalla val Cismon. Il 1 dicembre arrivammo al concentramento di Sigmündsherberg e due settimane più tardi ad Heinrichsgrün. Il 28 febbraio 1918 fui condotto nella stazione ufficiali prigionieri di Horowitz. Questa stazione venne sciolta lo scorso 25 novembre ed arrivai a Verona il 30 dove mi presentai al comando del 79° Regg. Fanteria. Ebbi da questo il Certificato di Viaggio per il concentramento di Parma; da Parma fui inviato al centro di raccolta di Mirandola e da Mirandola al sottocentro di Suzzara. Studi compiuti: 5° ginnasiale Punizioni durante la prigionia: “N.N. Interrogante: maggiore Adami. (Firmato: Sottotenente Della Marta Rino).
Quella fredda mattina del 13 novembre 1917 il maggiore Guha ed i suoi soldati, facendo il loro ingresso nell’opera Fontanelle attraverso il fossato colmo di detriti, ebbero la gradita sorpresa di constatare che le impressionanti deflagrazioni non avevano in apparenza raggiunto lo scopo di distruggere completamente la fortificazione. La torre del corpo di guardia esterno, le casematte delle artiglierie e financo la tagliata del Sorist con l’imbocco della poterna di collegamento apparivano sostanzialmente intatte. Le esplosioni innescate dal s.ten. Della Marta avevano bensì demolito quasi tutte le casematte interne, la polveriera e l’intero sotterraneo ma ciò non incideva, agli occhi degli attaccanti, sull’estetica della conquista. L’involucro era sostanzialmente intatto, per la gioia dei fotografi più o meno ufficiali e della stampa di guerra. Il giorno 14 novembre, il quotidiano austriaco “Linzer Volksblatt” titolava a tutta pagina per celebrare il successo dell’avanzata imperiale lungo il Brenta: “Dal Quartier Generale Austriaco. Feltre e Primolano presi. Di nuovo un forte corazzato conquistato. Vienna 14 novembre. Ufficialmente si comunica: 14 novembre mezzogiorno. Le nostre truppe entrarono ieri in Feltre e Fonzaso. Ai due lati della Valsugana l’armata del generale d’artiglieria Scheuschenstühl ampliò notevolmente i vantaggi raggiunti negli ultimi giorni. Le sue divisioni raggiunsero Primolano espugnarono fra le alte nevi parecchie opere fortificate”.
(Tratto da: Luca Girotto, I Forti di Primolano, Scurelle-TN, luglio 2010)



